• 9 gennaio 2017

    Amore e timore, così OSA ha aiutato la signora Placida a rinascere

    Enza, assistente domiciliare: "Sono felice di dare voce alla sua storia, una storia difficile ora a lieto fine"

    Sono proprio bella oggi! Enza mi metti anche il rossetto?". È così che si vede Placida guardandosi allo specchio del bagno di casa sua mentre, con l'aiuto di uno dei suoi angeli custodi, l'operatrice della Cooperativa OSA Enza, si prepara per uscire indossando un sorriso che, per tanti anni, ha tenuto nascosto sotto strati di incuria e di dolore.
     

    È una storia complessa quella della signora Placida, una storia di emarginazione e solitudine che, al contrario di ogni possibile aspettativa, sta volgendo a lieto fine. L’équipe di lavoro ha dovuto imparare a relazionarsi con una persona pacifica ma spesso poco collaborativa; con sbalzi d'umore fortemente legati all’uso e abuso di alcool. Si tratta di una donna che non si è mai preoccupata della pulizia dell’ambiente domestico né della cura e dell’igiene personale. Ha instaurato rapporti, a volte conflittuali, con i condomini proprio per le sue precarie condizioni igieniche. Placida è l’emblema di una storia come tante che si consuma in un quartiere del centro, nel cuore della città di Frosinone.
     

    "La nostra assistita ha 85 anni. Ci prendiamo cura di lei attraverso il Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD) da almeno 10 anni senza ottenere i risultati sperati - ci spiega l'assistente domiciliare Enza che ha iniziato a occuparsi in modo più assiduo del suo recupero proprio negli ultimi due anni insieme alle colleghe Stefania e Novella -. Noi operatori abbiamo vissuto questa situazione come un fallimento nonostante i continui tentativi di restituire dignità alla nostra 'nonnina'. Ci sentivamo delusi e amareggiati ma lavorando a stretto contatto con i condomini, in particolare con due signore e un ragazzo, siamo riusciti a ripulire la casa e a farle finalmente il bagno igienico. Adesso è stato rivoluzionato in positivo sia l'ambiente domestico che l’aspetto della signora! Le mura sono comunque impregnate ma il cambiamento è evidente e notevole. È stato un lavoro condiviso, di squadra che ci ha ripagato di tutti gli sforzi e i sacrifici. E soprattutto ha rappresentato un traguardo per Placida che può iniziare una seconda vita".
     

    Ma partiamo dal principio. Placida è una donna sola, non ha una rete familiare e amicale cui rivolgersi nel momento del bisogno. Nonostante i suoi 30 kg e un corpo esile, ha un carattere forte e testardo, duro da contrastare e ammorbidire. Allo stesso tempo, è piena di debolezze e paure, che probabilmente dipendono dal suo misterioso vissuto. Viene assistita quotidianamente, da una a due ore e mezza al giorno a seconda delle necessità, attraverso l’assistenza di base e le attività di segretariato sociale.
     

    "Fino a poco fa, la sua casa era sepolta dalla sporcizia e non accettava il nostro aiuto perché sosteneva di provvedere già da sola, e nel migliore dei modi, alle pulizie. Un atteggiamento di chiusura che rimarcava con frasi come 'Io sono una signora. Il caffè lo so fare solo io. E pure le pulizie'. Spesso le hanno staccato la luce e tante persone disoneste le hanno rubato i soldi che percepisce dalla pensione sociale. In realtà, trascorreva le sue giornate a bere, nell'inerzia totale, trascinandosi dietro i ricordi di un passato che non sappiamo se siano reali o immaginari", racconta con una nota di tristezza Enza.
     

    Nei momenti di lucidità ci ha raccontato di aver prestato servizio come domestica nella casa di una famiglia facoltosa a Roma e di aver subito violenza, forse verbale. Spesso parla anche di due figli, due gemelli maschi che vivono a Roma “ma non siamo mai riusciti a rintracciarli e ad accertarci della loro esistenza".
     

    In casa di Placida mancava tutto, persino il phon e la doccia. Aveva la fobia dell'acqua e per questo è stato difficile convincerla a farsi lavare. "Abbiamo dovuto conquistare la sua fiducia per poter svelare la sua intimità. Nelle case degli assistiti bisogna entrare sempre in punta di piedi. Non si possono fare subito troppe domande. Il nostro lavoro richiede grande spirito di osservazione e una pazienza infinita. All'inizio le ho dovuto alzare la voce ma è servito a farmi rispettare. L'ho fatto per il suo bene. Ora è più socievole.
     

    Leggi qui l’articolo integrale pubblicato sul n. 4 di OSA News dicembre 2016