• 10-04-2019

    Confcooperative: “La cronicità non può più essere gestita solo in ospedale”

    Gli anziani assistiti in ADI sono 433mila, il sistema sanitario deve liberare energie per il mercato privato non profit

    L’assistenza domiciliare in Italia è ancora un quadro senza cornice. Nonostante i dati sul settore parlino di un aumento del fenomeno nel nostro Paese, siamo di fronte a un sistema frammentato. “Gli anziani assistiti in ADI in Italia sono 433.000 a fronte di un fabbisogno di 877.000 persone. Le politiche nazionali e regionali in questo delicatissimo settore del welfare sono da tempo focalizzate sulla riduzione dell’impegno finanziario dello Stato, ma il problema non è solo di spesa, è di qualità. Su 26 miliardi destinati alla Long Term Care sono stati spesi in servizi solo 588 milioni di spesa pubblica, mentre 23 miliardi di risorse statali sono state destinate a trasferimenti monetari. Con 11 miliardi di spesa privata per servizi di badantato a cui c’è da aggiungere il milione di badanti in nero. Con liste d’attesa che si allungano inesorabilmente a causa della considerevole riduzione del personale del SSN”.

     

    È quanto riferisce Michele Odorizzi, vicepresidente di Confcooperative Sanità in audizione alla Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. In questo contesto, l’ospedale è ancora il principale punto di riferimento in materia di assistenza sanitaria. Ma gestire la cronicità esclusivamente negli ospedali è fondamentalmente un errore se si considerano i costi straordinariamente superiori rispetto alla gestione in ADI.

     

    “Il sistema sanitario necessita di una razionalizzazione sul versante dell’efficacia e dell’efficienza, che dovrebbe essere accompagnato da un processo che libera le energie di chi opera in modo complementare sul mercato privato non profit”, aggiunge Odorizzi. “Come le società di mutuo soccorso, che non hanno finalità di lucro ed escludono la remunerazione del capitale, perché non ci sono azionisti da compensare, ma solo soci a cui erogare servizi. Sono aperte alla collettività, garantiscono assistenza a vita e non svolgono attività di impresa commerciale né applicano il trasferimento del rischio, ma operano secondo principi solidaristici di ripartizione degli oneri reciproci. Noi sosteniamo pluralità e pluralismo, chiediamo spazi per disegnare risposte di welfare pubbliche, private e anche del privato sociale. Abbiamo dimostrato, e vogliamo continuare a farlo, che si possono coniugare efficacia ed efficienza con accessibilità dei prezzi e delle prestazioni. Con la nostra mutua, Cooperazione salute, dal 2014 a oggi abbiamo assistito 235 mila persone e garantito 366 mila prestazioni”. Confcooperative, attraverso il suo segretario generale Marco Venturelli, ha avanzato delle proposte: “costituire una regia unica interregionale nella quale lo Stato si faccia committente e garante dei livelli uniformi di assistenza; affrontare il ri-equilibrio tra le funzioni di copertura dei due pilastri con un travaso dal primo al secondo. La ridefinizione dei LEA in chiave selettiva, accompagnata da una parallela rimodulazione dei flussi di finanziamento; adoperarsi per la definizione dei fondi sanitari integrativi di derivazione negoziale, di nuove eventuali regole che mettano al centro il tema della rappresentanza dei soggetti che li vanno a costituire, evitando quelle forme di patologia in termini di dumping contrattuale e proliferazione di CCNL pirata; garantire il diritto contrattuale di un lavoratore alla sanità integrativa ricorrendo, per esempio, a strumenti mutualistici; avanzare il sostegno al coinvolgimento e alla collaborazione tra gli attori della sanità pubblica (medici di medicina generale e farmacie) e i fondi sanitari integrativi; adottare sistemi di controllo dei risultati condivisi e maggiore trasparenza nella rendicontazione da parte dei fondi affidati in gestione”.