• 4 luglio 2019

    Continuità assistenziale, presentata l’indagine di Italia Longeva

    Buone pratiche a confronto e reti territoriali nello studio illustrato nella seconda giornata di Long-Term Care

    La copertina dell'indagine di Italia Longeva sulla continuità assistenziale

    È stata presentata oggi, nel corso della seconda giornata di lavori di Long-Term Care, gli Stati Generali dell’Assistenza a lungo termine, la prima indagine sulla continuità assistenziale. La ricerca condotta da Italia Longeva, è stata curata da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute. Nello studio si raccontano le esperienze virtuose di presa in carico dei pazienti cronici in otto regioni: Basilicata, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria. Si tratta di 8 best practice di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali.

    Come si evince dall’indagine, la continuità assistenziale si realizza prima di tutto sul territorio, con un sistema di cure più prossimo ai cittadini e ai loro bisogni, attraverso la costruzione di una rete di servizi sociosanitari capillare, flessibile e facilmente accessibile, in grado di offrire un’assistenza personalizzata e multidisciplinare. Nelle esperienze analizzate il protagonista della rete è il medico di medicina generale, che non agisce più come professionista singolo, ma “esce” dall’ambulatorio per aggregarsi con altri colleghi, trasferendo ad esempio il proprio studio all’interno di strutture polifunzionali come le Case della salute, o ancora indossando il camice del medico di reparto, come nel caso degli Ospedali di comunità.

    Ma la rete, per funzionare bene, deve poter disporre di adeguati servizi di assistenza domiciliare (ADI) e residenzialità assistita (RSA) per la presa in carico dei pazienti più complessi. Si tratta, tuttavia, di servizi ancora carenti e sottopotenziati rispetto alla domanda di una popolazione che invecchia. Secondo il Ministero della Salute, solo il 2,7% degli over-65 usufruisce di servizi di ADI, e solo il 2,2% di un posto in RSA.

    E l’ospedale? Si occupa delle emergenze e delle patologie acute, ma nelle buone pratiche prese in esame dialoga pure con il territorio per la gestione del rientro in comunità (dimissioni protette). Nei 7 modelli di dimissione protetta analizzati, la sinergia massima tra ospedale e territorio si realizza quando sono le stesse Centrali di continuità territoriali ad entrare in ospedale per prendere in carico il paziente prossimo alla dimissione, o addirittura, quando è l’ospedale stesso che accompagna il paziente durante il processo di dimissione dall’ospedale verso il proprio domicilio continuando a prendersene carico anche dopo.

    Presupposto, affinché ciò avvenga, è la disponibilità di un sistema informatico per lo scambio di informazioni sul paziente tra i vari specialisti, in tempo reale. Elemento che identifica un’area suscettibile di miglioramento, tanto quanto l’utilizzo delle tecnologie (monitoraggio a distanza del paziente, impiego di presidi tecnologici), essenziali per realizzare una presa in carico efficace, continuativa, sostenibile e del tutto autonoma rispetto al circuito dell’ospedalità.

     

    Fonte: Italia Longeva

     

    Leggi l’indagine sulla continuità assistenziale nella LTC