• 23 agosto 2019

    Dea, una storia di vita e di amore

    La vita della piccola foggiana è stata breve ma meravigliosa, per l’amore che ha scatenato in chi l’ha conosciuta. Il racconto di mamma Elisabetta e delle due operatrici del servizio ADI che l’hanno assistita

    Dea, una storia di vita e di amore. A lei è dedicata la copertina del secondo numero del Magazine 50MILA VOLTI

    San Paolo di Civitate, Foggia. È il 2014 e nella famiglia Pilolli - mamma Elisabetta, papà Teodoro, le figlie Arianna di 8 anni e Michela di appena 21 mesi - si annuncia una nuova gravidanza. L’attesa, che in una gestazione è sempre foriera di gioia, è singolarmente segnata da un costante cattivo presentimento della mamma, sempre smentito da visite ginecologiche o superficiali o disoneste. Il momento della nascita è un atto di violenza: la bambina viene portata via d’urgenza lontana da Elisabetta, che la vedrà per la prima volta due settimane dopo. La diagnosi è infatti tra le più infauste, la piccola - lo si scoprirà soltanto ai 15 mesi di età, grazie all’impegno e alla premura di un medico eccezionale, l’anestesista pediatrico foggiano Antonio Cinquesanti, ormai amico di famiglia - è affetta dalla Sindrome di Beare Stevenson Curtis Gyrata, un solo caso in Italia, appena 20 nel mondo, per una impietosa sommatoria di malformazioni e disfunzionalità. Eppure nasce; e vive; e subito è oggetto d’amore. È un truciolo con gli organi quasi aggrovigliati alla rinfusa e le simmetrie devastate, ma i genitori decidono di chiamarla Dea.

     

    È questo il primo segno, è il segno della battaglia che vogliono ingaggiare con il destino per ribaltarlo, il segno di chi intende fare ordine emotivo e sentimentale nel caos genetico, di chi scopre il portato reale, profondo, della bellezza e orgogliosamente lo presenta al mondo. Dea è un nome che stride, sdrucciola e si schianta contro il comune sentire, il comune vedere, è il taglio che Fontana squarcia sulla tela intonsa dell’ipocrisia per svelare la luce. Dea è ella stessa luce, all’inizio lo capiscono soltanto i familiari, poi la vedranno tutti gli altri, tutti coloro che via via se ne invaghiranno e l’ameranno per sempre.

     

    È un venerdì mattina finalmente caldo - in realtà quasi torrido - di fine maggio, Elisabetta ha accolto l’invito a raccontare la storia di Dea. Nella centrale operativa ADI di OSA a San Severo si radunano con lei attorno ad un tavolo il responsabile di area Nicola De Flandre - una figura dalla storia professionale longeva e preziosa e dal ritmo umano assai rock -, la coordinatrice Elvira Di Fronso, le assistenti Concetta Vannella - operatrice sociosanitaria 49enne - e Simona Supino - infermiera 25enne. L’incontro, nel pieno di questo insopportabile lutto, ha tutte le premesse per essere faticoso, e cioè zeppo di quel lavorio che solo il dolore sa affliggere all’anima, come la goccia che perfora la pietra. Invece la mattinata prende tutta un’altra piega, certo scappano le lacrime, ma sono più i sorrisi, le rievocazioni tenere, addirittura le garbate risate. Quello che balza agli occhi è il rapporto tra Elisabetta e le due assistenti; sembrano, anzi: sono amiche del cuore, come parenti strette, come persone belle che hanno condiviso la parte più significativa della vita.

     

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