• 05-11-2018

    Emergenza colesterolo, specialmente dopo ictus o infarto

    Il bilancio delle malattie cardiovascolari non è positivo, neanche in prevenzione secondaria

    Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte in Italia

    Sembra che il detto 'meglio prevenire che curare' non valga per l’ipercolesterolemia. Si sa che il colesterolo è un pericolo sia prima che dopo un infarto, ma quello che sorprende è che, anche dopo un evento cardiovascolare, i pazienti che lo tengono effettivamente sotto controllo sono ancora troppo pochi. Questo comporta, naturalmente, un grave prezzo in termini di vite perse e di costi sanitari.

     

    Nei giorni scorsi, è stata presentata in Senato la seconda edizione di Meridiano Cardio “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, promosso da The European House-Ambrosetti e con il contributo di Amgen. L’incontro ha gettato luce proprio sull’importanza e sulle statistiche della prevenzione, in particolare quella secondaria.

     

    “Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte nel nostro Paese, essendo responsabili del 35% delle morti totali. Malattie ischemiche del cuore, cerebrovascolari, ipertensive, altre malattie cardiovascolari occupano le prime 5 posizioni. Non deve dunque sorprendere che i costi sanitari, diretti e indiretti, associati a tali patologie, valgano circa 21 miliardi di euro/anno. In particolare, i costi sanitari diretti, riconducibili per l’84% alle ospedalizzazioni, ammontano a 16 miliardi”, ha affermato Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria, Direttore Eehta, Università degli Studi, Roma Tor Vergata.

     

    Il fatto è che queste grandi cifre potrebbero essere ridotte grazie ad una evoluzione della presa in carico dei pazienti dopo un primo evento cardiovascolare, appunto con interventi di prevenzione secondaria. Eppure, proprio in questo senso, siamo ben lontani dai “livelli di sicurezza”: i dati relativi all’aderenza alla terapia ipolipemizzante indicano infatti dei valori estremamente bassi, che raggiungono il 45,9% nei pazienti a rischio molto alto e solo il 30,2% nei pazienti a rischio cardiovascolare medio.

     

    “Si stima che in prevenzione secondaria poco meno del 50% dei pazienti raggiungano il target dei livelli di colesterolo C-LDL, e possiamo affermare che una terapia inadeguata si riflette negativamente sul controllo dell’ipercolesterolemia con un rischio aumentato di eventi cardiovascolari successivi”, ha spiegato Marcello Arca, Direttore Uos Centro Arteriosclerosi, Centro di riferimento regionale per le malattie rare del metabolismo lipidico, Policlinico Umberto I e Segretario Nazionale Sisa. A conferma di ciò, l’impiego dei nuovi farmaci inibitori nei pazienti in prevenzione secondaria è inferiore all’epidemiologia attesa: solo il 13-14% dei pazienti eleggibili viene sottoposto a questo tipo di terapia. E sembra che tra le cause principali di quest’uso limitato vadano considerati da un lato l’iter burocratico legato ai piani di rimborsabilità, dall’altro una presa in carico del paziente ancora in fase di evoluzione.

     

    Intensificare la prevenzione secondaria, dunque, grazie all’adeguato impiego dei farmaci inibitori e grazie a un automonitoraggio costante da parte del paziente, sembra essere la via più giusta per la riduzione delle preoccupanti statistiche sull’ipercolesterolemia. Le proposte per la presa in carico dei pazienti, del resto, insieme a quelle per un accompagnamento più strutturato, non sembrano mancare. “È auspicabile sviluppare un collegamento fra i centri prescrittori abilitati a valutare i criteri di rimborsabilità e a formulare i piani terapeutici nel singolo paziente, e i colleghi che operano sul territorio in modo da creare dei percorsi diagnostico-assistenziali”, ha affermato il direttore della Scuola di specializzazione in malattie dell’apparato cardiovascolare dell'università Federico II di Napoli Pasquale Perrone Filardi.

     

    (Fonte: Ansa.it – Salute e benessere)