• 7 settembre 2018

    Istat, raddoppiati in Italia gli ottantenni in meno di 30 anni

    La riflessione del presidente di OSA e Confcooperative Sanità Milanese rilasciata all'Agenzia di stampa Dire

    In fotografia uno degli assistiti della RSA Bellagio gestita dalla Cooperativa OSA

    In Italia gli ottantenni sono più che raddoppiati in meno di 30 anni, passando da 1 milione 955 mila a 4 milioni 207 mila, vale a dire il 7% della popolazione residente. È la fotografia che emerge dal confronto tra i dati Istat del Censimento del 1991 e quelli pubblicati il 6 settembre e aggiornati al primo gennaio 2018.
     

    L'Istat segnala il forte aumento della popolazione anziana (65 anni e più) in termini sia assoluti (da 8,7 milioni a 13,6 milioni) sia percentuali rispetto al totale di popolazione (dal 15,3% a 22,6%). Nello stesso periodo, diminuisce di quasi un milione di unità la popolazione con meno di 15 anni (da 15,9% a 13,4% del totale della popolazione) e di oltre 300 mila unità quella di 15-64 anni (da 68,8% a 64,1%). L'età media, che alla data del Censimento 1991 era al di sotto dei 40 anni, nel 2018 supera i 45 anni. Al primo gennaio 2018 la popolazione residente in Italia era pari a 60 milioni 484 mila unità. I centenari superano le 15mila e 500 unità. Sono più di mille gli individui che hanno superato i 105 anni e 20 i supercentenari (110 anni e più), indica l'Istat nel report sulla popolazione residente.
     

    Un fenomeno, quello del progressivo invecchiamento della popolazione e del conseguente problema legato alla cronicità, di cui il il presidente della Cooperativa OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, ha parlato in un’intervista rilasciata all’Agenzia di Stampa Dire.
     

     

    L’intervista

    Il problema dell’invecchiamento della popolazione e delle relative malattie croniche è una emergenza. Quali secondo lei le azioni che dovrebbero essere messe in campo per arginare il problema?

    “Quella dell’invecchiamento della popolazione non è una emergenza, poiché questi dati li conosciamo da anni. La vera emergenza è che si è fatto ancora troppo poco per fronteggiarla. Ora che la cronicità, le disabilità e le situazioni di non autosufficienza dilagano, il nostro sistema si trova privo di una rete integrata e sostenibile di servizi nel territorio. Per invertire la rotta, e anche questo lo diciamo da anni, è necessario un ripensamento del sistema che faccia dell’assistenza primaria il fulcro del SSN. Ciò significa che il nostro deve diventare un modello a trazione territoriale, in grado di fornire assistenza e prendere in carico i pazienti innanzitutto presso il domicilio e nella comunità in cui vivono”.
     

    Emerge che la quota degli ultracentenari è localizzata soprattutto al Nord. È un caso o è strettamente proporzionale alla qualità della vita e ai servizi sanitari che vengono erogati in quelle regioni?

    “Accanto a fattori di natura genetica e connessi allo stile di vita, esistono determinanti sociali della salute che incidono pesantemente sulla longevità. In questo senso il gradiente nell’aspettativa di vita Nord-Sud restituisce fedelmente il confine tra chi possiede risorse economiche da investire, in caso di necessità, nella propria salute e chi invece, queste risorse, non le ha. Non a caso alcune ricerche mostrano come tale relazione si possa riscontrare anche tra i residenti nei quartieri benestanti e in quelli popolari di una stessa città del Nord. Esiste quindi un problema di sperequazione che si traduce in un’inaccettabile disuguaglianza nella salute, di cui la longevità è una cartina tornasole”.
     

     

    Spesso abbiamo riflettuto sul fatto che l’Italia è un Paese a due velocità. Per invertire la rotta che ricetta adotterebbe?

    “Purtroppo in sanità questa doppia velocità è stata drammaticamente acuita dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Ci troviamo così di fronte a un sistema, sulla carta nazionale e universalistico, ma che è in realtà frantumato in ventuno Servizi Sanitari Regionali autonomi, caratterizzati da modelli assistenziali, regole di ingaggio, standard qualitativi e quantitativi dei servizi del tutto difformi l’uno dall’altro. Questa disomogeneità, purtroppo, si traduce troppo spesso in disparità per i cittadini nell’accesso ai servizi. Per questo, come Confcooperative Sanità, sono anni che chiediamo una regia unica per il SSN. Ciò non significa tornare a vecchie forme di dirigismo, bensì varare un modello di governance che garantisca i medesimi diritti e gli stessi livelli quali-quantitativi dei servizi a tutti i cittadini, nonché regole omogenee e condivise per gli operatori”.