• 7 luglio 2016

    La comunità di Casa Vittoria tra passato, presente e futuro

    Intervista doppia a Pino Taddeo e Daniela Petrini: "L’obiettivo di OSA è migliorare la qualità di vita degli ospiti"

    Da sinistra: Pino e un ospite di Casa Vittoria

    “Non sono più giovani ma non sono ancora anziani”. È con queste parole che Pino Taddeo, psicologo OSA, ci descrive le 35 persone, 18 donne e 17 uomini di cui sette di nazionalità non italiana, che vivono a Casa Vittoria, struttura di II accoglienza, cioè di accoglienza temporanea, per ‘anziani’ autosufficienti o parzialmente autosufficienti, di proprietà del Comune di Roma. Dal 1 marzo è gestita anche dalla Cooperativa attraverso l’erogazione di servizi socio-assistenziali e attività ludico ricreative.

     

    Casa Vittoria si affaccia sulla trafficata via Portuense al civico 220 e dista una decina di minuti a piedi dall’affollata Stazione Trastevere. Una volta varcato il grande cancello della struttura il caos, come per magia, sparisce e quello che colpisce sono le casette con i tetti rossi, un piazzale costeggiato da alberi e aiuole coltivate, alcune panchine e la tranquillità di un luogo che nasconde, invece, tante vite e tante storie difficili da raccontare.

     

    Un piccolo angolo non lontano dal centro di Roma dove vivono, da sempre, 4 instancabili suore che, con i loro modi gentili e composti, sono riuscite a costruire un bellissimo rapporto fatto di quotidianità con la comunità di Casa Vittoria e sono anche il collegamento con le strutture sanitarie essendo due di loro infermiere. Madre Superiora Virgilia, Suor Adalberta, Suor Annamaria e Suor Immacolata sono le custodi dell’antica storia di questo posto che, edificato nel 1927, ha preso il nome da una loro consorella, Vittoria appunto.

     

    Appena arrivati, Pino viene bloccato da un simpatico nonnetto, M., che si muove agilmente con la sua sedia a rotelle, per parlargli di alcuni problemi che ha avuto nei giorni scorsi. Pino lo ascolta con attenzione, gli promette che gli darà una mano e lo invita a rivolgersi alle operatrici OSA quando ha bisogno di aiuto, senza alcuna vergogna, visto che sono presenti h24. “Eh lo so, grazie! Ma tra maschi ci intendiamo meglio, no?”.

     

    M., dopo aver pronunciato questa frase strizzando l’occhiolino, si volta e si dirige, incuriosito, verso la Barberia da cui proviene una musica che mette allegria. “È un locale che è stato ripulito da poco dal personale OSA - spiega Pino - con l’aiuto di alcuni ospiti per rendere l’ambiente più piacevole e confortevole”. E questa piccola grande azione racchiude il senso e lo spirito del lavoro della Cooperativa: da un lato, accudire gli ospiti rispetto ai loro bisogni primari come la cura dell’ambiente e della persona; dall’altro gestire le attività strutturali come i laboratori, gli incontri di gruppo o individuare azioni mirate alla singola persona per stimolare e far sentire protette queste persone che, prive di ogni bene e di una rete famigliare che possa sostenerle, vivono un momento di forte fragilità, sospesi tra passato, presente e futuro.

     

    Un’occasione speciale è stata quella vissuta da alcuni ospiti che lo scorso 14 maggio hanno partecipato, con gioia ed emozione, al ‘Giubileo delle donne e degli uomini che fanno impresa’ in occasione dell’udienza giubilare con il Santo Padre, che ha ricevuto gli imprenditori e le loro famiglie a Piazza S. Pietro.


    E allora chi sono gli ospiti di Casa Vittoria? E quali sono gli obiettivi prefissati dalla Cooperativa OSA per migliorare il loro benessere fisico e mentale durante la loro permanenza in questa struttura?


    Hanno risposto, con un’intervista doppia, a queste e a molte altre domande Pino, che insieme a Marcello Carbonaro è responsabile di questa commessa, e Daniela, assistente sociale e coordinatrice del team di lavoro composto da due educatori professionali e da otto OSS.

     

    Chi può accedere e soggiornare a Casa Vittoria?

    Daniela:Questa struttura nasce principalmente per persone indigenti, che non hanno alcuna fonte di reddito. Una volta raggiunta l’età per percepire la pensione sociale, l’ospite dovrebbe trasferirsi in un’altra struttura o in altro luogo di suo gradimento, qualora ne abbia la possibilità. Tutti gli ospiti di Casa Vittoria sono seguiti da un assistente sociale del municipio di appartenenza ed entrano appunto su loro segnalazione grazie a progetti municipali specifici.

    Noi di OSA, siamo arrivati qui, ormai, da quasi due mesi e ci siamo resi conti che abbiamo di fronte persone molto diverse tra loro. Ognuna con le proprie caratteristiche, il proprio bagaglio culturale, con vissuti complessi e spesso anche dolorosi. Queste differenze creano inevitabilmente distanze e problemi rispetto alla convivenza che, comunque, è una convivenza obbligata".

     

    Cosa intendete per convivenza obbligata? Quali sono le principali conseguenze?

    Pino: “Vivere qui è una scelta obbligata, un’alternativa alla strada o comunque una soluzione ad una grande provvisorietà. Essere qui concretizza inevitabilmente un senso fallimentare della propria vita. Ognuno è custode di una storia diversa ma il denominatore comune è la precarietà economica, alloggiativa, famigliare, affettiva. Credo che gli ospiti di Casa Vittoria, o comunque molti di loro, soffrano della cosiddetta ‘nevrosi da istituzionalizzazione’. Nel senso che si sentono ingessati in un ambiente in cui sono costretti a vivere ma dove non si sentono a casa. Per questo nascono momenti conflittuali difficili da prevedere. È un aspetto importante da sottolineare perché spiega la difficoltà che incontriamo a far partecipare le persone alle diverse attività che proponiamo, nonostante l’obiettivo sia quello di facilitare la permanenza in comunità e riattivare risorse personali in termini di motivazioni e interessi. Sono convinto che le stesse attività proposte fuori verrebbero accolte in modo diverso, più positivo. Inoltre, abbiamo scoperto che molti di loro hanno già una storia di istituzionalizzazione nella propria infanzia, hanno vissuto in collegio o in case famiglia. È curioso come la vita nasca in un contesto comunitario e tenda a finire allo stesso modo con una biografia di mezzo piena di brutte esperienze”.

     

     

    Leggi l'intervista integrale sul numero 2-2016 di OSA News