• 7 agosto 2019

    La terapia occupazionale nel Nucleo Alzheimer Sesti Olga

    Il reparto all’interno della RSA Bellagio è nato per prendersi cura delle persone affette da questa malattia

    Lo spazio esterno del Nucleo Alzheimer Sesti Olga, all'interno della Residenza OSA Bellagio

    Inaugurato lo scorso 4 giugno in occasione dell’Assemblea Separata dei soci OSA Lombardia, il Nucleo Alzheimer “Sesti Olga” è uno dei servizi offerti dalla Residenza Bellagio, gestita dalla Cooperativa sul lago di Como. Il reparto, intitolato alla memoria di un’ospite della RSA, è nato per prendersi cura delle persone affette da Alzheimer, malattia progressiva e degenerativa che colpisce le cellule cerebrali e rappresenta il tipo di demenza più comune in un Paese come l’Italia con il 17% di over 65enni. Del resto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la demenza come una delle priorità mondiali, considerando l’aumento della popolazione anziana nella quale il 20% degli ultraottantenni ha una diagnosi di demenza. Chiara Amendola, terapista occupazionale che lavora all’interno della RSA Bellagio, ha raccontato la nascita del progetto legato al nucleo Alzheimer “Sesti Olga” e il suo funzionamento in un articolo pubblicato sulla rivista online residenzesanitarienews.it. La progettazione del servizio all’interno del Nucleo Alzheimer è stata improntata sulla base dei principi enunciati da Moyra Jones, terapista occupazionale canadese, che fu tra le prime a parlare del comportamento della persona con demenza come il risultato di tre variabili: l’ambiente fisico dove vive la persona, l’ambiente sociale dove il paziente interagisce e le attività che l’assistito svolge nel corso della giornata. Il Nucleo Alzheimer “Sesti Olga” è stato quindi realizzato tenendo ben presenti queste tre direttrici.

     

     

    LA CASA DI UNA VOLTA. “L’ambiente fisico, quindi il primo elemento - scrive Chiara Amendola nel suo articolo - è stato progettato per rispondere alle esigenze dei malati, in modo che sia confortevole, ma che possa anche stimolarli nelle attività. Il reparto è stato creato con le fattezze di una ‘casa di una volta’, per ricreare un ambiente a loro conosciuto e nel quale riescono ad orientarsi. Per combattere la distruttiva relazione che si instaura tra la demenza e l’istituzionalizzazione si cerca di riprodurre lo spirito e il conforto della ‘casa’. Ogni oggetto presente risale all’Italia degli anni passati, dai lampadari, alle tovaglie, allo stendi biancheria. Queste caratteristiche permettono alle persone affette da Alzheimer e demenza di riconoscere e interagire con gli oggetti più facilmente”. All’interno del nucleo sono presenti anche una stanza del cucito e della lana, una nursery con bambole e vestitini, un angolo ufficio con un vecchio pc e una macchina da scrivere, un giardino esterno e una veranda dove prendere un thè e dove poter fare lavori manuali, una fermata dell’autobus con panchina, lampione e orologio. Oggetti e ambientazioni che hanno uno scopo ben preciso. “Tutti questi elementi permettono una spontanea creazione delle attività che fanno parte della storia occupazionale di ogni persona e vanno a diminuire i disturbi comportamentali, che vengono scaturiti maggiormente nei tempi buchi. L’ambiente è studiato anche per essere sicuro, avendo molti pazienti con wandering (vagabondaggio); la porta principale è nascosta da una foto del lago di Bellagio ed è elettricamente chiusa attraverso un codice, mentre le porte delle camere sono ricoperte e appaiono come dei portoni di diverse case con numero civico e cassette delle lettere. Questo impedisce ai malati di entrare in ogni camera e di girare liberamente all’interno del nucleo”, sottolinea ancora in un altro passaggio del suo articolo Chiara Amendola.

     

     

    L’INTERAZIONE CON GLI OPERATORI. Un altro aspetto importante è rappresentato dall’ambiente sociale, ovvero il contesto in cui gli operatori interagiscono con gli assistiti. Le persone infatti, come sottolineato da Moyra Jones, sono quelle con il maggior potere e sono definite come “la terapia”. Diventa quindi fondamentale la relazione tra gli operatori della Residenza e le persone assistite all’interno del Nucleo. “Alla base di questa relazione vi è una profonda conoscenza dell’ospite, della sua storia e delle sue abitudini. Questo permette di capire come prevenire un disturbo comportamentale e il perché di certe reazioni su stimoli che possono apparire neutri. Inoltre, è importante sottolineare come la comunicazione sia fondamentale con questi pazienti. Nell’avanzamento della malattia la persona andrà a perdere la comunicazione verbale (il linguaggio), per cui anche alle domande o alle richieste più semplici tende a non comprenderle. È importante usare il linguaggio non verbale, soprattutto i gesti, le espressioni del viso e il tono di voce per poter comunicare in maniera efficace”.

     

     

    LE ATTIVITÀ QUOTIDIANE. Il terzo e ultimo elemento riguarda la costruzione di una routine che possa rispondere alle necessità e ai bisogni degli assistiti.  “Le attività di vita quotidiana – scrive ancora Chiara Amendola - vengono definite da Kielhofner come quelle attività che si eseguono quotidianamente e che hanno come scopo la cura di sé e l’assunzione di comportamenti adeguati all’ambiente per mantenere il proprio stile di vita. Per questo è presente la figura del terapista occupazionale che tramite una valutazione definisce il profilo occupazionale, ovvero: le capacità cognitive, fisiche e sensoriali dell’anziano, tenendo conto dei fattori psicosociali (contesto culturale di appartenenza) ed emotivi (sentimenti che scaturiscono dalle attività), oltre che alle eventuali modifiche del contesto ambientale per favorire l’autonomia. Da questa iniziale valutazione l’equipe formata da diversi professionisti quali il medico, l’infermiere e il terapista occupazionale, definisce, struttura e condivide il piano terapeutico. In questo piano si definisce una routine composta da attività facenti parte della storia dell’anziano, che siano modulate sulle sue capacità e che possa essere flessibile a seconda dei bisogni giornalieri. Gli obiettivi che si vogliono raggiungere con questa modalità di lavoro che prevede un focus sulle attività e sulla storia della persona, mirano a stimolare le capacità cognitive e funzionali dell’anziano per mantenere il più a lungo possibile l’autonomia nella sua quotidianità; oltre che adattare l’ambiente per sostenere le attività della persona; gestire i disturbi comportamentali; stimolare la partecipazione, la motivazione e la soddisfazione attraverso le attività di vita quotidiana; aumentare il benessere e la qualità di vita”.