• 11 luglio 2018

    Milanese: Il ruolo delle cooperative a supporto della Long-Term Care

    Il presidente di OSA e di ConfcooperativeSanità alla due giorni di Italia Longeva sull'Assistenza a lungo termine

    Al via Long-Term Care, organizzato da Italia Longeva. Domani l'intervento di Milanese

    È iniziata oggi e proseguirà fino a domani, 12 luglio, al Ministero della Salute l'edizione 2018 di Long-Term Care THREE, Gli Stati Generali dell'assistenza a lungo termine. La due giorni, organizzata da Italia Longeva, è un'occasione di incontro e confronto tra i principali attori pubblici e privati del mondo sanitario. L'obiettivo è quello di condividere buone pratiche e percorsi virtuosi nell’ambito della presa in carico di pazienti fragili con patologie a decorso cronico per promuovere e favorire il ripensamento, in ottica di efficacia e di sostenibilità, dei modelli di organizzazione sanitaria della Long-Term Care.

     

    Il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, interverrà durante la seconda giornata di lavori nel corso di una tavola rotonda dedicata all'Assistenza Domiciliare Integrata. Il sito di Italia Longeva ha intervistato Milanese in previsione della sua partecipazione alla kermesse.


     

     

    Come Presidente di Confcooperative Sanità ha più volte richiamato l’attenzione su come l’assistenza territoriale e l’assistenza domiciliare in particolare, siano gravemente sottodimensionate rispetto al bisogno dei cittadini. Quali sono le ragioni di una situazione simile?

    Le ragioni sono diverse. Innanzitutto, un Servizio Sanitario Nazionale (SSN), di cui celebriamo quest’anno i quarant’anni, totalmente votato all’ospedalità ed alla cura dell’acuzie e che, in quattro decenni, non ha saputo sviluppare un sistema di assistenza primaria realmente efficace. A questo “peccato originale” si è sommata la riforma del Titolo V della Costituzione, che ha frantumato il SSN in ventuno Servizi Sanitari Regionali. Ne sono originati una miriade di modelli di assistenza territoriale difformi l’uno dall’altro sotto il profilo organizzativo e gestionale. Su questo piano, poi, l’assistenza domiciliare è stata particolarmente sfortunata. Benché ricompresa nei Livelli Essenziali di Assistenza è stata esclusa, nella stragrande maggioranza delle regioni, dal sistema dell’accreditamento ed aggiudicata attraverso gare di appalto. Alla variabilità regionale si è dunque aggiunta anche quella dei capitolati di gara, differenti da un’ASL all’altra. Risultato: siamo una delle “cenerentole” d’Europa in termini di LTC e cure domiciliari, con fortissime disparità tra i cittadini nell’accesso a questi servizi fondamentali.

     

    Quali sono le conseguenze di questo ritardo per il SSN e per i cittadini?

    Ora che la cronicità dilaga e le disabilità e le situazioni di non autosufficienza si diffondono, il nostro sistema si trova privo di una rete capillare, integrata e sostenibile di servizi nel territorio. L’ospedalità peraltro, a seguito della riduzione dei posti letto, non è più in grado di supplire a questa carenza. Al contrario le strutture ospedaliere, poiché manca la duplice funzioni di presa in carico fuori dall’ospedale e di filtro in entrata, sono “assediate” da pazienti in cerca di risposte sanitarie. Per i cittadini questo si traduce in ore di fila al Pronto Soccorso, in giornate passate ad aspettare per un posto letto, nella ricerca di “qualcuno” affidabile a cui affidare un proprio caro dimesso dall’ospedale. È qui che poi iniziano le diseguaglianze. Ovviamente chi ha capacità di spesa si rivolge al mercato, alimentando quella spesa privata che, oramai, cuba un quarto della spesa sanitaria complessiva. Coloro che non possiedono i mezzi economici invece, a fronte di problemi di salute, si indebitano o vendono i propri beni per sostenerne i costi, o addirittura rinunciano alle cure, e non parliamo solo dei 5 milioni di concittadini in povertà assoluta ma anche di vasti strati di ceto medio. Credo che quanto descritto sia una situazione inaccettabile per un servizio sanitario pubblico, universale e solidaristico. Se il Servizio Sanitario Nazionale vuole rimanere tale, e noi crediamo che così debba essere, è ora di ripensare il sistema.

     

    Confcooperative Sanità ha celebrato pochi giorni fa la sua Assemblea Nazionale. Qual è la proposta emersa per ripensare, appunto, il SSN?

    Partiamo da un presupposto, è difficile immaginare che il SSN possa strutturare con le sue sole forze, in un momento in cui fatica a garantire l’offerta tradizionale, una rete complessa e capillare come quella dell’assistenza primaria. Per questa ragione la nostra proposta si fonda su un patto virtuoso tra le Istituzioni sanitarie e gli operatori. Le prime specializzano i propri apparati nell’esercizio della funzione di governance (pianificazione, programmazione, monitoraggio e verifica) prerogativa esclusiva del sistema pubblico; i secondi le affiancato nella gestione dei servizi, non solo come meri erogatori di prestazioni, ma come corresponsabili, in una logica di partnership, nella presa in carico complessiva dei pazienti. In questo frangente la vocazione sociale e solidaristica del privato no profit, in generale, e della cooperazione sociale, in particolare, ne fanno partner d’elezione per il sistema pubblico. Per quanto riguarda specificamente l’assistenza domiciliare integrata, la realizzazione di tali forme di partenariato passa, innanzitutto, per il superamento delle gare di appalto. Esse sono state, ci tengo a ribadirlo, la causa principale di difformità negli standard sia quantitativi che qualitativi dei servizi domiciliari offerti. Di contro noi proponiamo un sistema fondato su regole omogenee per l’accreditamento degli operatori, in base a requisiti di qualità elevati, tra i quali i pazienti sono liberi di scegliere. Operatori che sono tenuti a rispondere al committente pubblico anche in termini di esiti di salute. Tante nostre cooperative, che da anni fanno questo mestiere nei territori, sono pronte a cogliere questa “sfida al rialzo”.

     

    Fonte: Italia Longeva