• 10 agosto 2017

    OSA, il delicato lavoro di educatrice professionale a Casa Vittoria

    Regina: "Bisogna fare, ascoltare, capire. Con i nostri ospiti bisogna essere positivi e rispettosi, dare fiducia"

    L'educatrice professionale Regina in compagnia di una sua collega a Casa Vittoria

    Regina lavora dal 15 dicembre 2016 come educatrice professionale per Casa Vittoria, struttura di II accoglienza, cioè di accoglienza temporanea, per ‘anziani’ autosufficienti o parzialmente autosufficienti, di proprietà del Comune di Roma e gestita dalla Cooperativa OSA da oltre un anno (traguardo raggiunto a marzo 2017).
     

    Classe 1984 e una laurea in scienze della formazione conseguita nel 2009, Regina è molto soddisfatta di questa esperienza, grazie alla quale ha iniziato a conoscere una nuova tipologia di utente con caratteristiche e vissuti molto particolari.
     

    “Dai tempi dell’università mi occupo di disabilità. Mentre mi stavo laureando, ho iniziato un lavoro di assistenza domiciliare. Il mio primo caso è stato quello di una bimba autistica di 5 anni, di cui mi sono subito innamorata. Da quel momento, ho intrapreso un percorso sull’autismo perché avevo voglia di capire meglio questo mondo. Ho iniziato come terapista occupandomi di minori autistici o con disturbi dello sviluppo”.
     

    Adesso Regina segue dei laboratori per adolescenti autistici e lavora con i ragazzi affetti da sindrome di down. “Ecco perché Casa Vittoria - prosegue l’educatrice - è un contesto totalmente diverso da quello a cui ero abituata ma sono felice perché è molto stimolante. Durante l’università ho fatto un tirocinio di tre mesi alla Caritas e le storie delle persone che vengono dalla strada mi hanno colpito molto e mi ricordano quelle che incontro qui ogni giorno”.
     

    Regina è arrivata in struttura per sostituire un’altra collega. Ed è per questo motivo che sta lavorando ancora in punta di piedi. "Con le persone che vedo più predisposte al dialogo, chiacchiero, faccio domande, affrontiamo qualsiasi argomento ci venga in mente. Con gli altri il rapporto è più formale e spesso si limita a 'Buongiorno' e 'Buonasera'. Sto aspettando che loro mi diano il segnale che mi faccia capire che mi hanno accettata e accolta. Ho paura di infrangere un limite. Sono ancora una figura estranea per molti assistiti". 
     

    Regina ci tiene a precisare che il lavoro a Casa Vittoria è delicato. E per questo bisogna essere sempre positivi e fare in modo che si instauri un rapporto basato sulla fiducia e sul rispetto. È un lavoro di rapporti. "Mentre con i ragazzi disabili gli obiettivi sono chiari e definiti e aiutano a creare una relazione, qui è diverso. I rapporti si costruiscono più lentamente. Ci vuole pazienza. E come sempre, ogni persona ha i propri tempi. Ed è per questo motivo che le mie attività sono sempre diverse. Passo dallo smontare a montare una porta ad ascoltare confidenze che parlano della vita. Vivo situazioni molto forti che mi commuovono e mi fanno riflettere”.
     

    Il lavoro dell’educatore è proprio questo: fare, ascoltare, capire ma “non è semplice dare una definizione di questa professione” - ammette Regina - “Il mio lavoro è particolare perché spesso ti senti come se la tua figura non servisse perché, apparentemente, il vero grande problema dei nostri ospiti è solo economico. In realtà è importante anche condividere lo spazio e il tempo qui a Casa Vittoria nel modo giusto. Quindi cerchiamo di inventare tante attività diverse e condividere le idee con gli ospiti aiuta noi e loro.
     

    Per Regina, infatti, prima di tutto ci sono loro, gli ospiti di Casa Vittoria. “Mi viene in mente uno di loro che conosce i nomi delle persone dove abito io, ha gli occhi uguali a quelli di mio nonno, è un tipo chiacchierone, con lui trascorro dei bei momenti. Mi ha colpito tantissimo la storia di chi aveva una professionalità e ha perso tutto, mi fa pensare che tutti possiamo ‘cadere’, da un momento all’altro. È un uomo gentile, colto. Vorrei trovare il modo per aiutarlo... Poi c’è una veterana di Casa Vittoria, molto simpatica che ogni tanto perde la memoria. Era molto carina con me ma da quando ha pensato che le volessi rubare la camera non mi parla più. Anche con la signora che faceva la sarta si è creato un bel rapporto. Un giorno mi ha chiesto di insegnarle a usare internet perché aveva voglia di scrivere un’email al figlio lontano. In cambio mi ha promesso di insegnarmi a cucire. Giorgia, invece, fa i maglioni con la lana e si è proposta di farmi i capelli perché lei è parrucchiera. A loro fa bene ricordare quello che sanno fare e metterlo in pratica. Li fa sentire utili. Li aiuta a ritrovare chi sei, a non sentirsi perso”.


    Leggi la versione integrale dell'articolo pubblicato su OSA News 1-2/2017