• 30 dicembre 2016

    Storie, 'In OSA si cresce ogni giorno, anche dopo 25 anni di lavoro'

    L'assistente sociale Paola Di Dario ci racconta la sua esperienza, le fatiche ma soprattutto le soddisfazioni

    Paola Di Dario insieme a operatori e assistiti

    “Sa che noi lavoriamo solo con i malati di AIDS?”. Inizia così l’avventura lavorativa dell’assistente sociale Paola Di Dario nel lontano settembre 1991 a Roma all’interno della Cooperativa OSA, quando le fu comunicato l’esito positivo del suo colloquio.
     

    Sono passati venticinque anni da allora e, ieri come oggi, Paola è felice di poter mettere a disposizione delle persone che hanno bisogno di assistenza socio-sanitaria la sua professionalità e passione.
     

    “A chi mi chiede cosa ha significato assistere a domicilio, per 18 anni, persone sieropositive rispondo che ci vorrebbero ‘due vite’ per imparare, in un altro modo, tutto quello che ho potuto mettere nella mia valigia grazie ai preziosi insegnamenti ricevuti dai miei utenti. È sorprendente quanto persone che soffrono e che devono convivere, quotidianamente, con lo spettro della morte, possano stupirti e farti crescere”.

     

    Sono storie di quotidianità, di devianza, di stigmatizzazione, di dolore fisico e mentale quelle che Paola custodisce nel suo cuore ma che soprattutto l’hanno formata sul campo. Ma anche storie di speranza, di lotte, di tenacia, di coraggio, di desiderio di poter vivere una vita normale. Storie vissute e condivise con il supporto dei colleghi, alcuni ancora oggi al fianco di quegli stessi utenti.

     

    “A quei tempi - ricorda con emozione Paola - la sopravvivenza media degli utenti dal momento della presa in carico al decesso era di circa tre mesi. Ho visto tante persone morire giorno dopo giorno, inchiodate in un letto di casa o in ospedale o andar via all’improvviso a causa di un’infezione fulminea. È ancora viva nel mio cuore la storia di Clara, sieropositiva da oltre dieci anni. Una persona davvero speciale, dalle infinite capacità umane e artistiche.
     

    Amava dipingere sul vetro. È stato l’esempio di come “prendersi cura” nell’assistenza domiciliare possa, nella sua interezza, riguardare non solo il corpo e la malattia ma anche gli aspetti psicologici, etici, sociali, spirituali.

     

    L’ho assistita per 4 anni attraverso una significativa e intensa relazione di aiuto. L’assistenza domiciliare nel tempo si è progressivamente trasformata per mesi in assistenza ospedaliera. Credo di non aver mai visto, in tanti anni di lavoro, una così profonda sofferenza fisica vissuta con altrettanta profonda dignità e generosità verso le altre persone malate e verso tutti coloro che entravano in contatto con lei per portarle un po’ di sollievo. In questa relazione, Clara mi ha insegnato che l’amore è dare più che ricevere… per questo il suo ricordo continuerà sempre a vivere dentro di me”.

     

    Leggi qui l’articolo integrale pubblicato sul n. 4 di OSA News dicembre 2016