• 20 maggio 2020

    Alzheimer, una pandemia generazionale

    L’intervento del prof. Pietro Calissano, scienziato di fama mondiale dell’European Brain Research Institute-Rita Levi Montalcini, partner scientifico di OSA

    Nella foto il professor Pietro Calissano, scienziato dell'European Brain Research Institute-Rita Levi Montalcini

    “L’Alzheimer è una sorta di pandemia generazionale che nelle sue dimensioni quantitative, sociali ed umane sovrasta l’attuale pandemia virale”. È quanto scrive il prof. Pietro Calissano, scienziato di fama mondiale dell’European Brain Research Institute-Rita Levi Montalcini, partner scientifico di OSA, nel prezioso contributo che riportiamo integralmente di seguito.

     

    Nei confronti del morbo di Alzheimer - che in Italia colpisce circa mezzo milione di persone - è necessario riprendere le fila del discorso scientifico e culturale per mantenere alta la soglia dell’attenzione in questa delicata e cruciale Fase 2 post Covid-19. “Si può intravvedere all’orizzonte, un futuro che accomuna virus e Alzheimer”, spiega ancora il ricercatore dell’Ebri “che si basa su anticorpi specifici che possono essere indotti nel nostro stesso organismo o iniettati dopo la loro produzione in laboratorio. Gli enormi sforzi mondiali contro il virus Covid19 - per distruggerlo o almeno ridurlo ad una comune influenza - o alcuni nuovi sviluppi per la produzione di anticorpi specifici contro le sostanze tossiche, ormai ben individuate, che provocano l’Alzheimer inducono a nuove fondate speranze”.

     

    La prossima settimana il professor Calissano, già ospite del convegno sull'Assistenza Domiciliare Integrata organizzato dalla Cooperativa a Palermo lo scorso 18 dicembre, sarà protagonista di una diretta sulla pagina Facebook di OSA. Un appuntamento che intende offrire un contributo alla discussione scientifica sulle future strategie di cura da mettere in campo per continuare a fronteggiare questa devastante e diffusa patologia degenerativa.

     

     

     

     

    Riflessioni su Covid19 e Alzheimer

     

     

    Questi giorni drammatici e strazianti hanno inevitabilmente concentrato tutte le attenzioni sanitarie e sociali sul Covid19 e necessariamente trascurato alcuni aspetti sanitari che, a mio avviso, dovranno essere riconsiderati nella loro drammatica dimensione nel prossimo futuro.

     

    Apparteniamo alla specie umana che, a partire dai sessanta anni, e con una progressione quasi geometrica, svilupperà forme di demenza senile fra le quali il morbo di Alzheimer occupa una posizione predominante. All’età di novanta anni una persona su tre ne sarà colpita. La dimostrazione che esistono e vivono persone ancora intellettualmente integre che superano indenni questa inquietante condanna epidemiologica costituisce l'eccezione ma non la regola. Personalmente posso vantare di avere collaborato per alcuni decenni con una di queste eccezioni - Rita Levi Montalcini - la quale a cento anni, appoggiando gli occhi ad un microscopio, poteva dissezionare un embrione di pollo per sperimentare per la milionesima volta l’azione del suo NGF (Nerve Grown Factor o in italiano ‘fattore di crescita nervoso’. Si tratta della molecola proteica la cui scoperta valse alla neurologa italiana il premio Nobel nel 1986, ndr).

     

    La realtà, purtroppo, ci informa che in Italia coloro che sono affetti da Alzheimer sono circa mezzo milione, negli USA un numero simile moltiplicato per la loro popolazione. Questo inesorabile rapporto con l’invecchiamento è valido in tutto il mondo, con differenze marginali che dipendono dal sesso, dallo stato di acculturamento di un individuo, dalla sua alimentazione, dalla compresenza di altre malattie come il diabete e, in piccole frazioni percentuali, da componenti genetiche.

     

    Spesso la malattia si associa ad altre affezioni coincidenti – principalmente malattie circolatorie e tumori - ma sta di fatto che chi ne è affetto è a carico della famiglia e della società per periodi estremamente lunghi. Tra il momento della diagnosi e quello del decesso intercorrono in media 10-15 anni caratterizzati da un crescendo di difficoltà per la gestione del malato, il quale, tra i primi sintomi e quelli della quasi totale perdita della memoria personale, manifesta i comportamenti psicofisici più svariati, dall’aggressività ad uno stato di docilità quasi vegetativa.

     

    Il morbo di Alzheimer, in sostanza è una sorta di “pandemia generazionale” che nelle sue dimensioni quantitative, sociali ed umane sovrasta l’attuale pandemia virale, ma non ne suscita altrettanta empatia umana e sociale. È come se, a livello più o meno conscio, accettassimo l’incidenza del Alzheimer come un inevitabile incidente di percorso della nostra vita, mentre viviamo come un sopruso, inaccettabile e subdolo, l’invasione del nostro corpo da parte del virus.

     

    I tremendi, drammatici spaccati di vita ospedaliera che in questi giorni ci vengono trasmessi in dosi massicce dai mass media, non hanno mai occupato tanto spazio quanto quelli - egualmente drammatici - di un anziano che muore perché il suo cervello non solo sta perdendo la coscienza di sé, ma non riesce neppure più a regolare le funzioni fondamentali a cui ogni giorno deve provvedere.

     

    Certo, si obietterà, l’Alzheimer non colpisce i giovani, non è contagioso e non è così veloce a manifestarsi come il Covid19. In realtà, se per contagio intendiamo un andamento epidemico, ribadisco che ogni anno - teniamolo ben a mente, ogni anno, - muoiono nel mondo 15 milioni di persone affetta da questa demenza. E se ricordiamo che il virus si diffonde molto rapidamente, possiamo considerare che l’Alzheimer è più lento, ma non ci sono all’orizzonte vaccini o altre cure efficaci come quelle che si produrranno indubbiamente contro il Covid19. È vero che se accudisco un malato di Alzheimer non ne contraggo la malattia ma, d’altra parte, la mia vita dal momento che inizio ad assisterlo per amore, parentela o amicizia fino al suo decesso lascerà tracce indelebili nella mia mente.

     

    In sostanza, se l’umanità può nutrire molte speranze di debellare il Covid19, bloccare la progressione verso l’Alzheimer appare una sfida molto più difficile ed economicamente più costosa, come sanno le famiglie che devono provvedere al loro caro ricorrendo ad una costosa assistenza. Coloro che non dispongono - e sono ovviamente la maggioranza, di possibilità economiche di questa dimensione, debbono ricorrere al servizio sanitario nazionale. A questo proposito, la constatazione di questi costi e di altri collegati con l’avanzamento dell’età nel mondo occidentale, sta sollevando problemi economici che potrebbero rivelarsi insormontabili per i sistemi di assistenza generalizzata ad ogni età.

     

    In questo immane problema umano, sociale e clinico si inserisce perfidamente quello della terapia, poiché le grandi case farmaceutiche hanno annunciato a congressi interamente centrati sul Alzheimer la quasi completa rinuncia a ricerche di farmaci per contrastare questa inesorabile condanna degli anziani.

     

    Per fortuna si può intravvedere all’orizzonte, un futuro che accomuna virus e Alzheimer e che si basa su anticorpi specifici che possono essere indotti nel nostro stesso organismo o iniettati dopo la loro produzione in laboratorio. Gli enormi sforzi mondiali contro il virus Covid19 - per distruggerlo o almeno ridurlo ad una comune influenza - o alcuni nuovi sviluppi per la produzione di anticorpi specifici contro le sostanze tossiche, ormai ben individuate, che provocano l’Alzheimer inducono a nuove fondate speranze.

     

    In attesa di questi rimedi sarebbe ormai opportuno che la specie homo sapiens iniziasse in concreto a “riavvolgere” il nastro di sviluppo al quale si è ispirata in nome di una crescita indefinita, e iniziasse a svolgere quello della sua “sapienza” per indirizzare il percorso su binari compatibili con la biosfera della quale fa parte.

     

    Pietro Calissano

    European Brain Research Institute-Rita Levi Montalcini