• 11 novembre 2020

    Cosa farebbe se oggi fosse eletto Ministro della Salute?

    È questa una delle domande a cui ha risposto Giuseppe Milanese, presidente di Confcooperative Sanità e di OSA, ospite a Coffee Break su La7

    Il presidente di Confcooperative Sanità e di OSA, Giuseppe Milanese, è stato ospite martedì 10 novembre della trasmissione Coffee Break condotta dal giornalista Andrea Pancani, in onda tutte le mattine su La7 alle ore 9:40.

     

    Presente in studio il giornalista e divulgatore scientifico Alessandro Cecchi Paone e in collegamento, come Milanese, il senatore Massimo Mallegni, il politologo e accademico italiano professor Gianfranco Pasquino e l’onorevole Rossella Muroni.

     

    In particolare, il presidente Milanese ha parlato di medicina di prossimità, di assistenza primaria, del paradigma delle 5R, di accreditamento, di covid-19, di anziani e ha spiegato per punti cosa farebbe, subito, se fosse eletto Ministro della Salute.

     

    Presidente Milanese, cosa è Confcooperative Sanità?

     

    È una federazione nell’ambito di Confcooperative che raggruppa tutte le realtà che, in forma cooperativa, lavorano sul territorio nell’assistenza domiciliare; raggruppa anche le cooperative dei medici di medicina generale e delle farmacie dei servizi, le mutue e le assicurazioni. Quell’esercito che è sul territorio e che oggi sta combattendo vicino ai cittadini e nelle loro case.

     

    La cosa importante è la medicina di prossimità ha affermato l’on. Rossella Muroni. Dal suo osservatorio cosa non ha funzionato, o meglio, cosa non sta funzionando della medicina di territorio?

     

    È dal 1978, quando trasformammo il nostro sistema sanitario da mutualistico a universalistico, che l’OMS disse a tutti gli Stati che la partita si gioca sull’assistenza primaria, su tutto quello che è fuori dall’ospedale. La partita vera oggi, oltre il covid-19 perché spero che prima o poi sparirà, è l’affronto delle cronicità. Cosa c’è oggi sul territorio? Ci sono sostanzialmente una miriade di erogatori che lavorano, a volte anche volontaristicamente, in assenza di regole generali.



    Da anni chiediamo su questi temi una regia unica che dia regole chiare. Abbiamo coniato il paradigma delle 5R proprio per questo: regia unica, regole chiare, ruoli precisi - lo Stato deve decidere se deve essere esso stesso erogatore oppure deve programmare e controllare - e ancora rigore nella misurazione e reti territoriali.



    Non dobbiamo dimenticare per chi lavoriamo. Su 100 italiani, ormai si dice che la piramide è rovesciata, 13 hanno da 0 a 15 anni; 23 oltre 65 anni d’età. Di questi anziani, 4 milioni vivono da soli, di cui 2.400.000 non sono autosufficienti. Un anziano che vive da solo dove va quando arriva una bestia come il covid-19? Finisce in ospedale e potenzialmente nelle terapie intensive.

     

    Quindi abbiamo intasato gli ospedali perché c’è stata una cronica mancanza di strategia sull’assistenza primaria in questo Paese. Oggi so che se ne stanno occupando, c’è addirittura una commissione ministeriale dedicata finalmente e spero che una soluzione arrivi in fretta.



    Nell’ambito della cooperazione italiana siamo 407mila cooperatori che hanno a che fare, ogni giorno, con persone nei centri diurni, nelle case, nelle RSA, nei luoghi che non sono l’ospedale.

     

    Quando da ragazzi iniziammo, nell’89, ad affrontare la problematica dell’AIDS, tutti avevano paura. Faceva paura andare nelle case di questi pazienti a Roma, a Tor Bella Monaca, a Torre Angela. Noi ci siamo stati, abbiamo deospedalizzato i nostri assistiti, li abbiamo curati e abbiamo pubblicato studi scientifici che documentano come queste persone vivano di più, meglio e, attenzione, costino meno. È qui che dobbiamo mettere a disposizione le risorse e le migliori intelligenze del Paese, nell’assistenza a domicilio.



    Assisto in questi giorni alla polemica sulle RSA. È vero, è tutto un sistema da ripensare ma sono realtà essenziali perché altrimenti questi anziani soli dove andrebbero? Bisogna ripensare questo sistema affinché la crisi, che un virus come questo ha portato, non ci faccia uscire come ci siamo entrati.

     

    Presidente Milanese, ci fa altri due esempi rispetto alla medicina di territorio per capire cosa succede?

     

    Noi siamo il Paese in Europa con il più basso tasso di assistenza domiciliare negli ultra 65enni (2,7%) contro l’Olanda che ha l’11% e la Germania il 18%, ad esempio. Ancora oggi l’Assistenza Domiciliare non segue le procedure dell’accreditamento. In molte regioni si fanno le gare d’appalto come se si trattasse di servizi di pulizia o di ristorazione. Trattandosi di un livello essenziale di assistenza, ci piacerebbe vivere in un Paese in cui ci sono più soggetti accreditati tra i quali i cittadini possano scegliere. Alcune regioni lo hanno fatto finalmente, tra cui anche il Lazio.



    Nel periodo dell’emergenza sanitaria quanto sarebbe stata utile un’assistenza domiciliare vera che avesse consentito di assistere nelle case le persone. Mettiamoci attorno a un tavolo, decidiamo un modello unico affinché il cittadino che vive in un luogo dell’Italia abbia gli stessi diritti di un altro cittadino che vive in un altro luogo del nostro Paese.

     

    Se la promuovessi sul campo Ministro della Salute o Presidente del Consiglio, sulla medicina del territorio che cosa si potrebbe fare adesso, lasciando stare tutto quello che non si è fatto per decenni? C’è un’iniziativa che lei prenderebbe adesso?

     

    Innanzitutto, renderei accessibili e visibili ai cittadini i sistemi. Pensi a un anziano che deve usufruire dell’assistenza domiciliare… non sa neanche da dove partire. La farmacia può essere per il cittadino il luogo di ingresso per accedere ai servizi, la cosiddetta farmacia dei servizi.

     

    I medici in accorpamenti vari, le vecchie condotte, dovrebbero valutare le esigenze dei cittadini. E, creerei un sistema di erogatori appartenenti al Terzo Settore, che è una ricchezza in questo momento per l’Italia, che competano per qualità in quanto sono i cittadini che li scelgono tra più soggetti accreditati.

     

    Infine, penserei a un’assistenza finalmente sociosanitaria perché i bisogni delle persone non sono esclusivamente sanitari ma anche sociali. Io non farò mai il ministro semplicemente con questi punti che ho elencato ma mi auguro che qualcuno ragioni su queste proposte o almeno parta da queste considerazioni.