• 2 marzo 2020

    Giuseppe Milanese: la parola d'ordine è assistenza

    Il presidente di OSA e Confcooperative Sanità sul mensile Panorama della Sanità: Con il nuovo sistema di accreditamento della Regione siamo ad un punto di svolta per l’assistenza primaria nel Lazio

    Il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, è intervenuto sulle pagine di Panorama della Sanità

    Sul numero di marzo 2020 del mensile di informazione e analisi dei sistemi di welfare “Panorama della Sanità”, Giuseppe Milanese, Presidente della Cooperativa OSA e di Confcooperative Sanità, interviene sul provvedimento varato a gennaio dalla Regione Lazio che introduce l’accreditamento per gli enti erogatori e la scelta di cura da parte degli assistiti e delle famiglie nel servizio ADI. Qui di seguito il testo integrale dell'articolo. 

     

    È durato undici anni il commissariamento della sanità laziale. Anche se il Servizio Sanitario Regionale è tuttora soggetto al Piano di Rientro, occorre che si apra una nuova e più favorevole stagione per i servizi domiciliari. L’attesa è rivolta soprattutto allo sviluppo degli assetti di sanità territoriale, in grado di farsi carico di quei bisogni assistenziali per cui l’Italia rischia di essere il fanalino di coda nell’alveo del sistema europeo. In questo senso un pasto consumato. Dal 1 gennaio, infatti, la riformata assistenza domiciliare è gestita ed erogata da soggetti accreditati, come sollecitato dagli operatori del settore da ben diciassette anni. Nel lontano 2003, per l’appunto, furono individuati i requisiti per l’autorizzazione delle cure domiciliari, ma non ne seguì un provvedimento per definire gli standard qualitativi ulteriori per l’accreditamento dei provider.

     

    Oggi siamo quindi ad un punto di svolta per l’assistenza primaria nel Lazio che, tra l’altro, consente qualche riflessione valida anche per altri contesti regionali. Il passato, anche recente, si è delineato come una nebulosa di gare, frammentata, con capitolati diversi gli uni dagli altri ed orientati al contenimento della spesa, a scapito dell’omogeneità del servizio. Così avveniva, come è facilmente riscontrabile, che cittadini residenti in diverse zone della Capitale godevano di servizi differenti solo perché appartenevano ad aziende sanitarie locali distinte: e, in un sistema che ambisce a portare degnamente questo nome, ciò rappresentava un paradosso sconveniente. Il tutto anche a nocumento per quegli operatori che negli anni avevano edificato la propria storia imprenditoriale investendo su competenze e innovazione. La Regione Lazio, superando il regime degli appalti a favore dell’accreditamento dell’ADI, ha restituito i diritti a quei cittadini, adottando un sistema che garantisce maggiore accessibilità e qualità dei servizi, oltre alla facoltà di libera scelta tra i provider, facoltà che per diventare congrua necessita di criteri precisi, ancora non del tutto chiariti.

     

    Si tratta, con tutta evidenza, di un passaggio delicato, soggetto a qualche prevedibile scossa di assestamento, da gestire con accortezza ed in piena collaborazione con tutti gli attori coinvolti, innanzitutto nella medicina generale. Ancora oggi si registra una traiettoria priva di nitidezza, con revisione di quanto impostato, nella speranza che questa fase sia la fisiologica conseguenza della transizione da un sistema ad un altro. Si deve tenere presente che un sistema basato sulla libertà di scelta, almeno inizialmente, può disorientare i cittadini chiamati a decidere, per la prima volta, a quale operatore dare credito. Perciò sarà fondamentale monitorare i risultati e tenere nella opportuna considerazione anche le piante organiche, frutto di anni di esperienza in questo delicato settore. Priorità alle esigenze dei pazienti, dunque, e non a quelle degli erogatori né a quelle degli apparati regionali, come invece spesso è accaduto. In tutto ciò, comunque, non va trascurato un dato politico, e cioè che finalmente sembra attecchire il messaggio sostenuto da Confcooperative Sanità negli ultimi due lustri: accreditare i servizi ADI è condizione necessaria per lo sviluppo di un’assistenza territoriale degna di questo nome. Al di là dei confini laziali, infatti, la Sicilia, l’Abruzzo e la Puglia (ma anche altre regioni) stanno avviando una riflessione, o già hanno compiuto i primi passi, per approdare all'accreditamento delle cure domiciliari.

     

    Va tuttavia precisato che accreditare l’ADI è una condizione non sufficiente per lo sviluppo di un sistema di assistenza primaria innovativo e proiettato al futuro. Una simile rivoluzione, infatti, passa per l’integrazione dei diversi setting assistenziali e per una collaborazione strutturale ed organica, e quindi non volontaristica o sporadica, tra i professionisti che li presidiano. Più facile a dirsi che a farsi, ma lo spirito cooperativistico delle imprese che rappresentiamo induce a confidare nell'ottimismo della volontà, più che a cedere al pessimismo dell’intelligenza.

     

    La goccia perfora la pietra, sviluppi futuri dell'Assistenza Domiciliare Integrata

    Si potranno allestire reti assistenziali diffuse sul territorio, accessibili semplicemente entrando in farmacia, con una valutazione dei bisogni affidata alla medicina generale, alle cui forme di aggregazione occorre dare un’anima giuridica, in grado di mettere a disposizione del cittadino anche servizi di diagnostica di primo livello, in rete con le migliaia di cooperative che erogano interventi sociosanitari, integrando finalmente le competenze sanitarie con quelle di tipo sociale. Proprio questo è un aspetto cardinale, perché la nostra longeva esperienza di operatori suggerisce che proprio sul versante socioassistenziale i pazienti e i loro caregiver sono più spesso in difficoltà, a causa di un sistema in cui l’integrazione sociosanitaria è rimasta perlopiù sulla carta.

     

    Niente impedisce di prefigurare che tali reti possano essere, un giorno, esse stesse accreditate con il servizio sanitario, ma anche con la sanità integrativa mutualistica, in una logica di sussidiarietà e di corresponsabilità pubblico-privato, con caratteristiche no profit, che preservino il cittadino in situazioni di fragilità dal rischio speculativo. E ancora, perché non immaginare quei sistemi corroborati dalle nuove tecnologie: telemedicina, piattaforme di condivisione dei dati e, con il futuro che è appena dietro l'angolo, intelligenze artificiali applicate alla medicina? Questo modello consentirebbe di superare il limite reale alla crescita dell’assistenza territoriale, rappresentato dalla carenza di operatori formati, di cui già soffre il sistema ospedaliero.

     

    La nostra prescrizione per sostanziare queste idee è forse nota, con l’aforisma delle ‘5 R’, ma vale la pena riepilogarla: Regia istituzionale unica, Regole chiare di sistema, Reti di professionisti già presenti sul territorio (medici di medicina generale, farmacia dei servizi, operatori sociosanitari), Ruoli chiari e definiti (pubblico che programma e controlla, e operatori accreditati che erogano i servizi in forma sussidiaria) e Ruolo differente fra soggetti profit e no profit e, in ultimo, Rigore delle analisi dei risultati, che dovrà comprendere soprattutto outcomes di salute. Una formula ripetuta a mo’ di mantra, perché si sa, gutta cavat lapidem.

     

    Scarica qui l’articolo di Giuseppe Milanese su Panorama della Salute n.3/2020