• 30 aprile 2020

    Milanese: E ora rivediamo il modello geriatrico

    Sul Quotidiano di Puglia l’intervento del presidente di OSA e di Confcooperative Sanità

    Il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, è intervenuto sulle pagine del Quotidiano di Puglia

    Tutelare e rafforzare il diritto alla cura, potendo contare su “una filiera della salute che parta dall’ospedale” e “trovi una strutturata continuità con il territorio, con i medici di medicina generale, con le farmacie dei servizi, con un’assistenza domiciliare degna di questo nome o con residenze sanitarie integrate alle comunità in cui insistono, qualificate, attrezzate, sartorializzate sulle esigenze reali delle persone ospitate”. È quanto scrive sull’edizione odierna del Quotidiano di Puglia il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, intervenendo nel dibattito che in questi giorni sta investendo le residenze sanitarie e, più in generale, l’intero sistema sanitario nazionale.

     

    La soluzione da seguire, in un “Paese profondamente trasformato sul piano demografico”, in cui aumentano gli anziani (il 23% della popolazione è oltre i 65 anni di età) e  “analogamente sono aumentate a dismisura le persone affette da malattie croniche (e le multicronicità) e da disabilità”, sta tutta nel modello virtuoso di integrazione fra ospedale e territorio. Una filiera “che da un lato sia messa nelle adeguate condizioni di sostenibilità economica, e dall’altro sia controllata in nome di regole certe e riconoscibili”.

     

    Di seguito il testo integrale dell’intervento del presidente Milanese pubblicato dal Quotidiano di Puglia

     

    Residenze sanitarie: heri dicebamus. Nel tourbillon del dibattito sulla qualità del sistema sanitario nazionale, aperto (anzi: divaricato con prepotenza) dalla pandemia da Covid-19, oggi si levano molte voci, autorevoli e meno autorevoli, più spesso consonanti che dissonanti, riguardo alla necessità di rivederne gli assetti. Una speciale attenzione, poi, sembra riguardare la condizione delle RSA, questa volta richiamata dall’urgenza della cronaca. Titoli a cinque colonne sulle maggiori testate cartacee, servizi speciali tra i primi strilli dei tg, opinioni pensose degli intellettuali e intemerate finanche di chi amministra oggi la sanità dopo averla lungamente amministrata ieri. Per dire cosa? Quello che noi dicevamo ieri, in ogni consesso possibile, da medici, da erogatori di servizi socioassistenziali, da cooperatori. Che dicevamo al vento, inascoltati pressoché da tutti gli interlocutori che avrebbero potuto almeno metterci una pezza, arrestarne la degenerazione, e poi magari provvedere ad una congrua riforma del settore.

    Oggi sembra di colpo nudo un sistema residenziale che ha proliferato praticamente in tutte le regioni d’Italia, dalla mia Puglia, alla Lombardia che è più di altre sul banco degli imputati. Ha proliferato e prosperato, facendo le fortune di minuscoli imprenditori che hanno investito poca competenza, perchéé non ne avevano e non ne hanno, per speculare anche sulle buste paga di sventurati lavoratori con ritardi nelle retribuzioni non degne di un Paese civile e, quindi, anche sulla pelle di anziani e disabili abbandonati alla mercé di avventurieri. Si è realizzata negli anni una vera e propria connivenza fra la parte peggiore della politica e una classe imprenditoriale che ha poco di questo nome. Ma c’è un resto che ha invece investito risorse e competenze e che chiede da sempre regole chiare e comuni, tariffe adeguate e ruoli definiti.

     

    Oggi finalmente diventano chiari i termini di un problema che doveva esser conosciuto almeno da vent’anni: il Paese si è profondamente trasformato sul piano demografico, aumentando gli anziani (il 23% della popolazione ha più di 65 anni); analogamente sono aumentate a dismisura le persone affette da malattie croniche (e le multicronicità) e da disabilità; le previsioni - almeno a dar retta all’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane - configurano un quadro ben più allarmante, con numeri in forte espansione.

     

    Che cosa intende fare lo Stato per fronteggiare tale emergenza? Come pensano di agire le Regioni, delegate dalla Riforma del Titolo V ma non sempre dimostratesi all’altezza di tanta responsabilità? A me fa piacere, guardando al futuro prossimo e non indugiando sul passato, che oggi alcuni Governatori annuncino demblée il sovvertimento di intere politiche sanitarie, di organizzazioni della salute sul territorio, di metodi e contenuti che fino a prima della crisi sistemica originata dal Coronavirus ritenevano soddisfacenti e talvolta ottimi e abbondanti. Perché a me - e alle donne e agli uomini che rappresento - preme soltanto che la cura del cittadino italiano sia efficace ed efficiente. E ciò significa che il cittadino-utente non possa sentirsi scoperto di cure né nel pieno di un’emergenza, né in tempi tranquilli. Ma significa anche che le cure erogate dallo Stato siano accompagnate, di più: sostanziate dalla premura, che è il primo segnale di attenzione autentica all’umanità. Lo scriveva didascalicamente meglio di me l’economista Marco Vitale in un utile libro (“Longevità”, Edizioni Studio Domenicano 2011): «Umanità, efficienza e assenza di affarismo dovrebbero distinguere le RSA».

     

    Credo appunto che la soluzione, affiorata proprio in questi mesi drammatici, non possa più essere rintracciata tra i numeri: hanno perso i ragionieri della sanità, solo che lo scotto della sconfitta è stato pagato in termini di vite perdute e di troppo dolore; ed hanno perso, per ora solo in termini etici, coloro i quali consideravano la vecchiaia come un succulento filone per fare business.

     

    La soluzione risiede nella tutela e nel rafforzamento del diritto alla cura. Che significa godere di una filiera della salute che parta dall’ospedale ma non termini con le dimissioni dall’ospedale, che anzi trovi una strutturata continuità con il territorio, con i medici di medicina generale, con le farmacie dei servizi, con un’assistenza domiciliare degna di questo nome o con residenze sanitarie integrate alle comunità in cui insistono, qualificate, attrezzate, sartorializzate sulle esigenze reali delle persone ospitate. Una filiera, ça va sans dire, che da un lato sia messa nelle adeguate condizioni di sostenibilità economica, e dall’altro sia controllata in nome di regole certe e riconoscibili, come purtroppo non è accaduto in questi anni sprecati.

     

    Giuseppe Maria Milanese

    Presidente Confcooperative Sanità