• 9 dicembre 2020

    RSA: mettere una toppa o cucire un vestito nuovo?

    L’intervento del presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, sul nuovo numero di Panorama della Sanità: dobbiamo capire che la vecchiaia è una questione nazionale

    Il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, è intervenuto sul nuovo numero del mensile Panorama della Sanità

    Muoiono gli anziani nelle RSA: chiudiamo le RSA. In effetti, quale migliore soluzione e cioè più immediata e meno laboriosa? Attenzione, però, poiché la via apparentemente lineare spesso è quella più perigliosa. Perché, ragionando per paradossi, anche altre soluzioni a problemi incombenti potrebbero essere a portata di mano. Crolla un ponte? Smantelliamo i ponti. Una valanga si abbatte sulla vallata? Spianiamo le montagne. Troppo alta la percentuale di donne al volante protagoniste di incidenti stradali? Sequestriamo le patenti rosa. Si può anche procedere così, a colpi di maglio, lavorando «di spugna su quanto escresce», per dirla con Montale. Ma questa sembrerebbe, ancora una volta nella Storia, l’Italia delle toppe che, com’è noto, sono peggiori dei buchi”. Inizia così l’intervento che il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, ha pubblicato sul nuovo numero di Panorama della Sanità, mensile di informazione e analisi dei sistemi di welfare.

     

    Un approccio diverso è possibile e mi riferisco ovviamente al sistema residenziale italiano”, scrive ancora Milanese. “Anzi, e già qui si individua un primo incaglio, alla ragnatela di residenze disseminate per il Paese, molto lontane dal configurare un sistema. Ovviamente se per sistema intendiamo un insieme strutturato, coordinato e funzionale inquadrato in un più vasto (ed altrettanto strutturato, coordinato e funzionale) servizio nazionale di assistenza primaria. Io capisco bene l’impulso – anche quando proviene da assennati esponenti dell’intellighenzia nazionale – di falciar via quelle residenze che nella prima e poi nella attuale ondata pandemica hanno manifestato, come in una epifania dell’orrore, tutto il proprio carico di negligenza etica e culturale. Quelle in cui anziani e disabili sono stati spazzati come foglie in autunno dal vento. Ma forse occorrerà domandarsi da un lato da dove origini quella colpa, dall’altro se sia il caso, gettando via l’acqua sporca, di liberarsi anche dell’incolpevole bambino. È davvero così difficile consumare un’analisi onesta? Per essere esplicito: perché lo Stato, le Regioni, le impastoiate articolazioni amministrative del Pianeta Salute hanno difficoltà ad ammettere apertamente, in una vertenza pubblica nazionale, che l’emergenza COVID ha semplicemente scoperchiato il vaso di Pandora di un andazzo indigeribile? Che il cosiddetto «sistema» delle residenze è tout court il frutto di una malapianta pasciuta nella peggiore delle ipotesi a pane e corruttela, nella migliore con lo strozzinaggio di gare al massimo ribasso, di tariffe miserabili, di personale demotivato perché malpagato e sfruttato al midollo?” Dunque qual è la dura madre del problema? La necessità di serrare le residenze improvvisate insieme a quelle con una storia linda e robusta? L’impellenza di mandare in rovina migliaia di lavoratori senza distinguere i buoni dai pessimi?”.

     

    Secondo il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità “dobbiamo capire che la vecchiaia è una questione nazionale: una grande questione che interessa i vecchi così come i giovani, che non esonera alcuno dalla responsabilità morale e materiale di affrontarla, che paradossalmente riguarda più il futuro che il passato. E davanti ad un fronte tanto significativo, la risposta (delle istituzioni, ma anche dei protagonisti del dibattito pubblico) non può limitarsi a sciabolate tranchant: chiudiamo, cancelliamo, azzeriamo. Negando la complessità di un’esperienza non si guadagna strada ma si conduce l’ennesima battaglia di retroguardia. L’Italia che vorrei consegnare a mia nipote merita una visione illuminata per il futuro e programmi operativi per il presente. E il cuore oltre l’ostacolo. Come nel paese illustrato da Lewis Carroll noi viviamo una dimensione di allucinato contrario: talvolta letteralmente, ad esempio se si analizza la cosiddetta «piramide demografica invertita». Contiamo 14 milioni di anziani (over 65enni) con più della metà affetti da malattie croniche o invalidità, e dei quali 4 che vivono in solitudine. Eppure ancora cincischiamo anziché decidere una buona volta di farcene carico. Non soltanto moralmente, ma praticamente, allestendo per loro (e per noi, di qui a pochi anni) un continuum assistenziale che inquadri l’ospedale come snodo cruciale per affrontare le acuzie e contempli sussidiariamente l’assistenza domiciliare, le residenze, i centri diurni per fronteggiare le cronicità”.

     

    “Lo ribadisco: anche le residenze, in via prioritaria sceverando il grano dal loglio, smantellando (questa volta sì!) le strutture-silos, disumani contenitori di corpi e non di persone, selezionando personale idoneo e adeguatamente qualificato, allineando le tariffe ai paesi civili, costituendo un sistema aperto al mercato e dunque stimolato a migliorarsi dai meccanismi della concorrenza. In breve: un contesto igienico in cui lo Stato finalmente faccia lo Stato, e cioè regoli e controlli, lasciando l’erogazione a soggetti accreditati in modo da mettere i cittadini-utenti in condizione di esercitare una libera scelta. All’Italia servono vestiti nuovi, non nuove toppe”, conclude.