• 21 maggio 2020

    Siamo cooperatori, saremo ricostruttori

    L’articolo del presidente Milanese sulla rivista Italianieuropei per una rifondazione del SSN

    Il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, ha scritto un articolo sulla rivista Italianieuropei

    Siamo cooperatori, saremo ricostruttori. È la stessa Costituzione repubblicana ad affidarci una titolarità - ovvero un ruolo storico, nel senso di storicizzato - a cui non abbiamo sostanzialmente derogato nell’arco di più di 70 anni. L’articolo 45 gemmò all’indomani di un conflitto mondiale e chiamò onorevolmente anche la cooperazione a ricostruire il Paese, a vivere il dopoguerra da protagonista, con le competenze etiche e materiali ma anche gli oneri che spettano ai protagonisti. Va da sé allora che la fase che seguirà alla pandemia avrà bisogno della biografia genetica, del patrimonio culturale e professionale e della manodopera della cooperazione”. È quanto scrive il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, sulle pagine della rivista Italianieuropei, in uscita oggi, in un articolo incentrato sulla rifondazione del sistema sanitario all’indomani della pandemia da Covid-19 che ha sconvolto il mondo.

     

    “Quando la bufera si sarà placata, sarà necessariamente, come già accaduto altre volte nella Storia, l’Anno zero, l’inizio di un’era nuova”, sottolinea Milanese “Forse, a consuntivo di questa immane tragedia e dunque a bocce ferme, riusciremo anche a dire che alla fin fine il sistema ce l’ha fatta, magari grazie allo spirito nazionale, alla fierezza degli operatori sanitari in trincea, alla solidarietà che l’Italia riesce a manifestare nei momenti più bui. Ma potremo mai affermare che la sanità pubblica, così com’è, basta a sé stessa? Io non credo”.

    Secondo il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, ieri impegnato come relatore insieme al ministro Speranza e ad altri ospiti di prestigio nel corso di un webinar organizzato da Italianieuropei per il lancio della rivista, “l’integrazione tra ospedale e territorio (non solo cooperative, ma anche medici di famiglia, farmacie di servizi) avrebbe rafforzato la tutela della salute del cittadino”. E la prova concreta si è avuta durante l’emergenza, nelle zone rosse. “È infatti proprio nelle trincee delle zone rosse, quelle assediate dai contagi del COVID-19, che è sembrato abbozzarsi un sistema virtuoso di cooperazione tra ospedali, medici di famiglia e erogatori di assistenza primaria, e mi riferisco al progetto pilota di somministrazione dei tamponi a domicilio attraverso l’uso di camper attrezzati e medicalizzati”. “Non fare tesoro di questa straziante piega della vicenda umana vorrebbe significare rendere un torto a tutti coloro che hanno sofferto a causa dell’inadeguatezza del sistema”, conclude.

     

    Clicca qui per vedere l’intervento di Milanese al webinar di Italianieuropei “Come ci cambia il virus: la sanità

     

    Di seguito l’articolo completo pubblicato su Italianieuropei

     

    SIAMO COOPERATORI, SAREMO RICOSTRUTTORI: PER UNA RIFONDAZIONE DEL SISTEMA SANITARIO

     

    Coronavirus: quando la bufera si sarà placata, sarà necessariamente, come già accaduto altre volte nella Storia, l’Anno zero, l’inizio di un’era nuova. E, proprio in ragione di questa consapevolezza, avremo la responsabilità di dover scegliere senza esitazioni l’atteggiamento da assumere.

    Se cioè essere apocalittici, facendoci travolgere dal novero delle perdite, dei fallimenti, delle défaillance individuali e di sistema, se abbandonarsi alla catastrofe, chiudersi tra le pareti di chissà quale sindrome nimby, privilegiare la clausura di pensieri corti.

    O se proporsi come ricostruttori, scartare lo sconforto a cui i morti e le macerie possono comprensibilmente indurre, aprire le finestre per guardare al mondo globale e privilegiare il pensiero lungo e la visione.

    Noi non abbiamo dubbi: siamo cooperatori, saremo ricostruttori. È la stessa Costituzione repubblicana ad affidarci una titolarità - ovvero un ruolo storico, nel senso di storicizzato - a cui non abbiamo sostanzialmente derogato nell’arco di più di 70 anni. L’articolo 45 gemmò all’indomani di un conflitto mondiale e chiamò onorevolmente anche la cooperazione a ricostruire il Paese, a vivere il dopoguerra da protagonista, con le competenze etiche e materiali ma anche gli oneri che spettano ai protagonisti.

    Va da sé allora che la fase che seguirà alla pandemia avrà bisogno della biografia genetica, del patrimonio culturale e professionale e della manodopera della cooperazione.

    L’emergenza che ha sopraffatto interi settori della vita pubblica (ma vorrei dire: dell’umanità), non ha visto del tutto impreparato il nostro. L’urto, forse prevedibile, è stato violentissimo, ha sconquassato routines ed equilibri consolidati e destabilizzato assetti sociali e statuali. È chiaro quindi che nulla sarà come prima, che nulla potrà essere quello che fino a questo momento era stato.

    Sarebbe allora da stolti non cogliere il senso della Storia e cioè la lezione, o la miriade di lezioni, che questa vicenda drammatica può impartirci. Penso, ad esempio, all’ambito della sanità pubblica, che probabilmente, prima che l’economia, ha subito l’impatto più forte.

    Il sistema sanitario italiano ha retto? A considerare certi aspetti cruciali, alcuni territori letteralmente soffocati, a ricordare le cronache di giorni interminabili, a far la conta delle bare che non potevano essere smaltite, a ripercorrere la concitazione, la disperazione, la tremenda urgenza di posti letto mancanti nelle rianimazioni, di deficit di strumentazioni mediche, di carenze di dispositivi di sicurezza, dell’insufficienza di autorevolezza e credibilità: ebbene, dovremmo dire che il sistema non ha retto.

    Forse, a consuntivo di questa immane tragedia e dunque a bocce ferme, riusciremo anche a rivalutare questo giudizio, a dire che alla fin fine il sistema ce l’ha fatta, magari grazie allo spirito nazionale, alla fierezza degli operatori sanitari in trincea, alla solidarietà che l’Italia riesce a manifestare nei momenti più bui. Ma potremo mai affermare che la sanità pubblica, così com’è, basta a sé stessa? Io non credo, e con me altre più autorevoli voci. Lo argomenta in un utile volume (“La battaglia per la salute”, Laterza 2019) il professor Walter Ricciardi il quale, pochi mesi addietro, e quindi a ridosso della pandemia, scriveva: «Occorre cambiare in modo strutturale la sanità in Italia, cercando di introdurre politiche efficaci per prevenire le malattie, rafforzare l’accesso a un’assistenza primaria di qualità e migliorare il coordinamento delle cure, soprattutto per le persone con patologie croniche. I vantaggi di una simile operazione sarebbero elevatissimi, consentendo di traghettare il nostro paese verso un porto sicuro».

    Domani dovremo però ricominciare in balia di un mare alto e agitato, la premessa essendo ben più aggrovigliata di un sistema sanitario nazionale da implementare o riformare: sarà necessario letteralmente rifondarlo su basi nuove perché è nuova la Storia che ci troveremo a vivere, anzi - per dirla con Danilo Dolci - perché «occorre promuovere una nuova Storia».

    Io ho speso tutta la mia vita professionale - gli ultimi 30 anni - chiedendo a gran voce che l’impresa sociale e la sanità pubblica imbastissero una relazione strutturale e riformatrice, che all’assistenza primaria fosse riconosciuto il ruolo di partner del sistema pubblico, e non per una rivendicazione orgogliosa. Ma perché, dati alla mano, con un occhio al quadro delle sanità europee occidentali, l’integrazione tra ospedale e territorio (non solo cooperative, ma anche medici di famiglia, farmacie di servizi) avrebbe rafforzato la tutela della salute del cittadino. Avrebbe potuto coprire adeguatamente le esigenze di una persona ammalata, preservandone anche la dignità, e producendo ottimizzazioni sui versanti delle risorse investite e dei costi sostenuti. Non di rado mi sono sentito - si parva licet - come Giovanni che predicava nel deserto. Non ho avuto particolari segnali di ascolto o incoraggiamento nel lungo tempo della pace, e invece questo progetto ha trovato riscontro nel frangente di una angosciosa guerra. È infatti proprio nelle trincee delle zone rosse, quelle assediate dai contagi del COVID-19, che è sembrato abbozzarsi un sistema virtuoso di cooperazione tra ospedali, medici di famiglia e erogatori di assistenza primaria, e mi riferisco al progetto pilota di somministrazione dei tamponi a domicilio  attraverso l’uso di camper attrezzati e medicalizzati. L’emergenza ha costretto soggetti diversi - che dal sistema sono collocati in modo da interagire sporadicamente e spesso farraginosamente - ad intrecciare le proprie funzioni in modo efficace: un primo passo plastico verso la medicina di prossimità, ovvero un modello praticabile (preteso dall’aumento dell’aspettativa di vita e dei malati cronici) che indirizzi l’intervento sanitario verso i territori, rafforzi l’assistenza primaria domiciliare, investa nella telemedicina.

    A conforto della tesi che questo paradigma non possa più essere procrastinato, che al di là di ogni ragionevole dubbio non abbia alternative, le parole non di un soggetto direttamente interessato, ma di uno scienziato di prim’ordine, il professor Massimo Galli, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano: «È fondamentale che la medicina territoriale abbia una organizzazione tale da poter fare una indagine epidemiologica coinvolgendo medici di base e funzionari della medicina territoriale» (Il Fatto Quotidiano, aprile 2020).

    Lo dichiara pubblicamente addirittura il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, notoriamente non incline a tornare sui propri passi, che invece nel pieno della pandemia (è l’8 aprile) delibera il sovvertimento della impalcatura stessa del sistema ospedaliero pugliese: «Questa epidemia ci ha messo di fronte a molti cambiamenti. Uno di questi riguarda la riorganizzazione della rete ospedaliera. È ormai chiaro che servono più posti letto, più terapie intensive, più personale e più assistenza domiciliare anche attraverso i medici di medicina generale e l’impiego delle nuove tecnologie. Dopo averla risanata, siamo pronti a rivoluzionare la sanità pugliese e applicare tempestivamente i durissimi insegnamenti di questa epidemia».

    Non fare tesoro di questa straziante piega della vicenda umana vorrebbe significare rendere un torto a tutti coloro che hanno sofferto a causa dell’inadeguatezza del sistema. Io confido che coglieremo questa opportunità, e stavolta non si tratta dell’ottimismo della volontà, ma di quello della ragione.

     

    Giuseppe Milanese

    Presidente di Confcooperative Sanità e di OSA – Operatori Sanitari Associati