• 4 novembre 2019

    Solo la neve ci può fermare

    Gli operatori ADI dell’Aquila raggiungono le case degli assistiti nei più sperduti paesi dell’appennino abruzzese

    Sergio, infermiere dell'Aquila,  parte per il suo quotidiano servizio di assistenza domiciliare

    Da oltre 13 anni OSA svolge Assistenza Domiciliare Integrata nella provincia dell’Aquila. È un servizio importante che riesce a garantire cure professionali a fasce deboli della popolazione, soprattutto anziani e persone affette da patologie croniche. In questo modo la persona malata, che non è in grado di raggiungere un ospedale, può ricevere medicazioni da parte degli infermieri, effettuare sedute di riabilitazione con fisioterapisti e proseguire le cure, dopo aver subito interventi chirurgici invasivi, direttamente e comodamente a casa propria e con costi minori per il nostro Servizio sanitario.

    Purtroppo il territorio abruzzese non aiuta in quest’opera benemerita di ‘medicina di prossimità’ - vista la sua prevalente conformazione montagnosa e la dispersione della popolazione locale in piccole comunità – raggiungere chi ha bisogno, diventa spesso problematico e impegnativo.

    “Quando c’è cattivo tempo, le strade si trasformano in fiumi o si ghiacciano e c’è poco da fare. L’unico vero intoppo che può fermare l’ingranaggio dell’assistenza è la neve”.  A parlare è Sergio, infermiere professionale di 33 anni, da quattro in forza alla Cooperativa OSA. Sergio è un aquilano DOC, volitivo e solare, che ama il proprio lavoro soprattutto perché, come confessa un po’ sottovoce, quasi vergognandosene: “mi permette di aiutare gli altri e mi mette in contatto con un’umanità straordinaria”.

    Con la sua autovettura macina chilometri e chilometri lungo le tortuose e scoscese carreggiate dell’Appenino per raggiungere i domicili dei propri pazienti. Si tratta di famiglie, o ‘scampoli’ di famiglia, che abitano da sempre quegli scenografici piccoli borghi di case in pietra viva, addossati sui crinali o arroccati sulle cime delle montagne, caratteristici di queste terre. Ricordano una Italia atavica, contadina e migrante che pare appartenere ormai solo alla memoria, ma che, a ben guardare, è ancora radicata nel nostro Paese ed è composta per lo più da persone non più giovani, sole e marginalizzate, alle quali un presidio come l’ADI offre un valido appiglio di socialità (oltre che di Salute) e un motivo in più per rafforzare il proprio senso di appartenenza ad una comunità, anche se frastagliata e in parte dispersa.

    Come ogni mattina in questi ultimi mesi, Sergio comincia il suo ‘giro’ in un paesino a pochi chilometri dal Capoluogo. Il tragitto è breve e soprattutto in piano. Il suo assistito Paolo (nome di fantasia ndr) è un omone di oltre sessant’anni, che ha trascorso una vita attiva all’aria aperta, sempre a contatto con la natura e gli animali.

    Circa cinque anni fa è stato colpito da una terribile malattia neuro degenerativa: la SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Da allora Paolo è ‘allettato’, non muove gli arti superiori e inferiori, una tracheostomia collegata ad un apparato di ventilazione artificiale lo aiuta nella respirazione e per sopperire alle difficoltà sempre crescenti di deglutizione gli è stato anche impiantato un sondino all’altezza dell’addome (PEG – Gastrostomia Endoscopica Percutanea) per permettergli di ingerire le indispensabili sostanze liquide, tra cui i medicinali per le terapie.

    Eppure Paolo non si è perso d’animo e grazie alla sua incredibile forza di volontà è riuscito a rispondere positivamente alle numerose e snervanti terapie, a cui si sottopone da quell’infausto D-Day. Non si guarisce dalla SLA, tuttavia si può stabilizzarla e rallentarne l’inesorabile decorso; con un’assistenza adeguata si possono mantenere per un discreto periodo di tempo le funzionalità motorie residue.

    In questi anni difficili la moglie e le figlie si sono strette attorno a Paolo, non facendo mai mancare assistenza e cure costanti. Soprattutto hanno saputo circondarlo di un’aura di affetto e di incoraggiamento, alimentando un clima positivo che risultata determinante nell’affrontare una prova come questa - una prova che fiacca lo spirito prima ancora delle forze.

    “Quando entro in questa casa trovo un clima di tranquillità e di fiducia – conferma Sergio – che mi rincuora ed è di grande aiuto per le terapie. Non bisogna mai dimenticare che in questi casi con l’ammalato in un certo senso si ammala tutta la famiglia e tutto il mondo che vi ruota attorno viene sconvolto.”

    Sotto questo punto di vista attorno a Paolo la rete di assistenza è tutto sommato presente e attiva. Oltre all’infermiere – che, dal lunedì al venerdì, medica sonde e cannule, somministra medicine, effettua prelievi e cura eventuali piaghe da decubito -  fa visita periodica a casa anche un fisioterapista per mantenere tonico l’apparato articolare, minato dall’immobilità.

    Oggi comunque è una buona giornata per Paolo.  Sergio digita veloce sul suo telefonino il report dell’intervento con gli ultimi valori riscontrati e li confronta con quelli precedenti. I parametri sono tutti regolari e lo stato delle medicazioni è soddisfacente. Saluta tutti e salta in macchina. Altre tappe lo attendono: il display segnala le coordinate di tutti gli appuntamenti giornalieri. Altri amici da aiutare, altra umanità da incontrare.

    “Le strade sono buone, nessun pericolo”. Sorride Sergio, congedandosi.