• 2 luglio 2020

    Una nuova determinazione per re-inventare il nostro welfare sanitario

    Il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, intervistato dal sito web di Italia Longeva

    Il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese

    Il presidente di OSA e di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese, è stato intervistato dal sito web di Italia Longeva, il network nato per promuovere l’invecchiamento attivo creato dal Ministero della Salute, dalla Regione Marche e dall’IRCCS INRCA (Istituto Nazionale Ricovero e Cura Anziani), in previsione del webinar che lo vedrà tra i relatori, intitolato “Assistenza Domiciliare Integrata – ripensare modelli e strumenti a partire da quanto imparato in emergenza”. Il virtual meeting si svolgerà il prossimo 7 luglio, dalle ore 16.00 alle 18.30, e metterà a confronto decisori ed attori sul territorio per condividere buone pratiche in ambito assistenziale e discutere sui modelli di rete territoriale, sull’integrazione tra sanitario e sociale, pubblico e privato, sul rapporto tra tecnologia e assistenza e su altre tematiche cogenti nell’ambito delle cure primarie.

     

    Di seguito l’intervista completa che il presidente Milanese ha rilasciato al sito web di Italia Longeva

     

    La crisi epidemiologica ha portato alla ribalta, anche dell’agenda politica, l’importanza delle cure territoriali, ed in particolare dell’assistenza domiciliare. Si può quindi finalmente parlare di “rivincita del territorio”?

    L’emergenza originata dal COVID-19 ha scoperchiato il proverbiale “vaso di Pandora”, mostrando con la crudezza dei fatti che, accanto ad un’ospedalità efficiente e votata alle acuzie, serve un sistema di assistenza primaria in grado di accudire i cittadini sul territorio. Due facce della stessa medaglia: senza l’una, l’altra rischia il collasso, come ci ha insegnato la pandemia nelle regioni più colpite. Su questa tesi abbiamo negli anni incalzato tutti i nostri interlocutori istituzionali e ormai sembra ampiamente diffusa. Può far fede il recente “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica” della Corte dei Conti, dove si rileva, senza troppo giri di parole, proprio a fronte della debolezza della sanità territoriali, la necessità ineluttabile di accompagnare il corretto utilizzo delle strutture di ricovero con il potenziamento e la riorganizzazione dell’assistenza sul territorio. Per questo auspichiamo che una tragedia che ha causato quasi 35mila vittime ed una crisi economica durissima sia anche foriera di una nuova determinazione per re-inventare il nostro welfare sanitario.

     

    Per molti anni il problema principale per il SSN è stato quello del finanziamento. Un problema che, in questo momento, sembra passato in secondo piano. Qual è, a suo avviso, la strada giusta per sfruttare al meglio la rinnovata capacità di investimento del Paese sul fronte sanitario?

    Se vogliamo capitalizzare la cospicua mole di risorse disponibili in questa fase, è necessario inquadrare il SSN in una visione di sistema.  Su questo punto c’è pieno accordo con il Ministro Speranza, quando afferma che l’impegno di tali risorse deve andare di pari passo con la riforma della nostra sanità, altrimenti si rischia di dissiparle senza marcare quel rinnovamento di cui ormai il sistema stesso non può fare a meno. In questo senso c’è necessità di una visione strategica, e non di mere azioni tattiche. A nostro avviso una strategia per il SSN del futuro deve essere in grado di mobilitare quelle forze che in questi decenni hanno garantito salute ai cittadini, sul fronte pubblico, delle professioni e degli erogatori privati. Per quanto riguarda specificamente questi ultimi poi, un’attenzione particolare spetta al privato sociale che, in virtù del dettato costituzionale, è il soggetto maggiormente vocato ad affiancarsi allo Stato nella gestione dell’interesse collettivo. Solo in questo modo potremo disegnare quei team multiprofessionali, composti da medici, infermieri, farmacisti e operatori sanitari della comunità, che ormai tutti chiedono a gran voce, compreso l’OCSE nel suo recentissimo report “Realising the potential of primary health care”. Nonostante ciò, ancora persiste il rischio di scelte dettate più dalla convenienza tattica che da una prospettiva strategica. Dobbiamo stare in guardia: questa  potrebbe essere l’ultima occasione di cui disponiamo per riformare il SSN mantenendo inalterate quelle caratteristiche di sistema pubblico ed universalistico che lo contraddistinguono.

     

    Alla luce di quest’ultima considerazione, potrebbe precisare quali rischi intravede rispetto alla finestra di opportunità per la riforma del SSN e, particolarmente, della sanità territoriale e delle cure domiciliari, che si sta profilando?

    Nel dibattito sembrano emergere posizioni ideologiche, concezioni rigidamente stataliste, per le quali il concetto di servizio pubblico corrisponde tout court a quello di servizio erogato dallo Stato. In questi anni come Confcooperative Sanità siamo sempre stati contrari all’idea, circolata in altre fasi politiche, di una deregolamentazione che lasciasse mano libera al privato nell’ambito dell’assistenza primaria. Ciò perché le funzioni di programmazione e controllo, prerogativa degli apparati pubblici, sono una garanzia fondamentale a tutela dei cittadini, soprattutto in un mercato come quello sanitario in cui la domanda è indotta dall’offerta. Di riflesso, tuttavia, ci sembrano anacronistiche e altrettanto insidiose quelle visioni secondo cui sviluppare la sanità territoriale significa, semplicemente, ricondurre nell’alveo pubblico i servizi gestiti dai privati, statalizzandoli. In questo modo, infatti, rischiamo di mettere a repentaglio quel che di buono è stato realizzato sul territorio, dissipando risorse pubbliche ed agendo in pieno spregio dei principi di sussidiarietà e di collaborazione tra pubblico e privato, connotati che ispirano il nostro sistema. La soluzione, per noi, resta dunque la medesima: lo Stato deve investire per rafforzare prioritariamente le proprie funzioni di committenza, mentre il ruolo di provider dovrà essere prerogativa sia dei soggetti pubblici che privati. Solo un partenariato pubblico-privato efficace, inoltre, può far emergere gli erogatori migliori, incoraggiando l’innovazione organizzativa, tecnologica e valorizzando le professionalità, a tutto vantaggio del committente e degli assistiti. In questo senso, proprio durante l’emergenza COVID-19, la collaborazione tra aziende sanitarie pubbliche ed erogatori cooperativi ha dato vita a modelli assistenziali originali ed innovativi. Un caso è rappresentato dai “COVID Hotel” in provincia di Bergamo, dove la sinergia tra cooperative e la ATS locale ha permesso di allestire strutture di assistenza intermedia, che hanno fornito cure a quasi 600 persone positive al virus, decongestionando le strutture ospedaliere del territorio. Un altro caso da citare è il progetto (che ha avuto tra gli altri partner una cooperativa, l’IRCSS Spallanzani e la Asl Roma 2) attraverso il quale i cittadini delle zone rosse di Nerola e Contigliano, raggiunti da camper attrezzati e medicalizzati, sono stati sottoposti a screening a domicilio. Ribadisco: per capitalizzare al meglio le risorse in arrivo, lo Stato non può illudersi di fare da solo, ma deve mobilitare le migliori forze presenti nel sistema, altrimenti corriamo il rischio di perdere l’ultima chance per salvare la sanità di questo Paese.