Nel 2017 si sono verificate 560 mila nuove fratture ossee da fragilità in Italia (l’osteoporosi ad esempio, che nel 2015 ha colpito 3,2 milioni di donne e 800 mila uomini). I costi per il nostro SSN, che lo scorso anno hanno raggiunto i 9,4 miliardi, entro il 2030 arriveranno a 11,9 miliardi. Questo tipo di fratture rappresentano un grave ostacolo all’invecchiamento in buona salute. Si tratta infatti di una patologia cronica dagli alti costi sociali: tempi lunghi per le cure e la riabilitazione, alta recidiva. Le previsioni indicano un aumento dei casi entro il 2030 nel nostro Paese del 22,4 % dovuto soprattutto al raggiungimento dell’età critica delle fatture da parte dei nati durante il ‘ boom delle nascite’ degli Anni Sessanta.

 

Questi ed altri dati sono contenuti nell’ultimo rapporto Firmo (Fondazione italiana sulla ricerca delle malattie dell’osso) e IOF (International Osteoporosis Foundation) “Ossa spezzate, vite spezzate” realizzato in occasione della giornata mondiale dell’osteoporosi che si è celebrata in tutto il mondo il 20 ottobre 2018.

 

L’osteoporosi colpisce 4 milioni di italiani, il 23,1% delle donne e il 7% degli uomini, oltre i 50 anni di età, compromettendone fortemente l’autonomia e la qualità della vita.

 

Nel report sono messi a confronto sei Paesi europei: Francia, Germania, Spagna, Svezia, Regno Unito e Italia. Un dato che accomuna tutti questi Paesi è che il numero dei casi di frattura è destinato ad aumentare a causa del progressivo invecchiamento della popolazione.

 

In seguito a una frattura da fragilità, è cinque volte più probabile che i pazienti subiscano una seconda frattura entro i successivi 2 anni.  Nonostante questo, gli studi rilevano che il 75% dei pazienti anziani non riceve un trattamento farmacologico per l’osteoporosi in seguito a una frattura importante, ad esempio come quella del femore. Questa enorme lacuna terapeutica non riguarda solo l’Italia, ma si osserva uniformemente in tutta Europa, a dimostrazione della scarsa importanza data alle fratture da fragilità fino a oggi.

 

Le fratture da fragilità tuttavia possono essere prevenute, ma la loro gestione è stata a lungo trascurata, nonostante i massicci costi a carico del Sistema Sanitario, sottolinea il rapporto. L’onere associato alle fratture da fragilità in Italia, cioè l’indice che accomuna la perdita di aspettativa di vita e le spese sanitarie, supera infatti quello riferito a molte altre patologie croniche o maggiormente debilitanti come la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), l’ictus ischemico, la cardiopatia ipertensiva o l’artrite reumatoide.

 

Nella ricerca vengono anche proposte alcune azioni urgenti per rendere efficaci le nostre politiche sanitarie in materia di osteoporosi:

 

• Assegnazione di priorità alle risorse disponibili per le sottopopolazioni a rischio di fratture successive;

• Definizione di percorsi chiari per la gestione dei pazienti in seguito a una frattura da fragilità iniziale;

• Maggiore utilizzo dei dati disponibili per quantificare e ridurre i costi di ospedalizzazione associati alle fratture;

• Campagne per sensibilizzare i pazienti e incoraggiare un coinvolgimento proattivo nell’assistenza sanitaria.

 

 

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